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mercoledì 21 gennaio 2026

Dylan Dog #245 - Il cimitero dei freaks

 

Al cimitero dei freaks, negli ultimi tempi non è insolito trovare una tomba profanata. Magari scoperchiata da chi non riesce a trattenere la sua curiosità morbosa e vuole ammirare questi scherzi della natura anche una volta defunti. Oppure da qualcuno in vena di divertirsi compiendo atti vandalici, disturbando il sonno eterno di chi, in genere, a causa della sua deformità, ha già dovuto sopportare fin troppe angherie nel corso della vita? Uno di questi indesiderati visitatori notturni, però, ci rimette la pelle, orrendamente ucciso a morsi. I segni sul corpo della vittima sono inconfondibili e riconducono all'impronta dei denti di Clive Mouthy Geller, il cui cadavere, stranamente, manca all'appello degli ospiti del cimitero!

Premessa: non mi è mai tanto andata a genio la trovata del cimitero dei freaks, luogo di sepoltura di Johnny Freak. Si è tanto parlato dei diversi, mostri fuori e belli dentro, uguali (se non migliori) delle altre persone e poi li si ghettizza in un cimitero ad hoc con tanto di guardiano (Quasimodo di cui abbiamo fatto la conoscenza nel n. 127 e apparso anche in Qualcuno nell’ombra), anch’egli freak? Personalmente la trovo una contraddizione… dovremmo essere tutti uguali proprio dal momento in cui siamo orizzontali (parafrasando "Carlo e Licia" dei Gem Boy). Insomma almeno da morti non dovrebbero esserci differenze e invece. Ah, come sempre seguono spoiler.

Passando all’albo, devo confessare che genera in me sentimenti contrastanti: ci sono cose che mi sono piaciute, altre meno, una mi ha spiazzato negativamente. Alle prime possiamo ascrivere situazioni brillanti e dialoghi divertenti (bellissimo il siparietto con Dylan e Bloch a letto dopo il rinvenimento dei cadaveri in quel di Craven Road n. 7), un Groucho in forma smagliante e la beffarda presa in giro di alcuni luoghi comuni in fatto di donne (vittima il povero Dylan a cui non viene risparmiato l'ennesimo coito interrotto). Barbato si diverte a far emergere l’ipocrisia sentimentale di Dylan che si professa innamorato dell’imperscrutabile (per lui) Amelia per poi finire a letto con la conturbante Sherilee senza troppi complimenti. I due personaggi femminili sono, tra l’altro, i meglio caratterizzati dell’albo. Tra i difetti ci metto invece alcune zoppie nella sceneggiatura: la "sparizione" improvvisa dalla scena della tanto amata Amelia (ma non escluderei che Paola l'abbia fatto volontariamente), l'improbabilità degli assassini commessi dalla pettoruta femmina fatale (passi con un po’ di fantasia quello delle “mani”, ma come può aver ucciso a colpi di bilanciere due uomini terrorizzandoli pure?) e lo spiegone finale, debolezza tipica delle prime produzioni barbatiane e che torna qui a palesarsi. Tutti difetti su cui si potrebbe comunque soprassedere. Quello che proprio non mi è piaciuto è ovviamente la conclusione, per me anti-dylaniana a cui paradossalmente si arriva esasperando all'eccesso estremo una delle caratteristiche peculiari dell'indagatore dell'incubo: il rispetto per il diverso. Un eccesso che recherà purtroppo conseguenze anche per altri albi a venire. Per me rimane inaccettabile, qualsiasi siano le motivazioni, l'atteggiamento di Dylan di fronte a un'assassina che ha ucciso (anche persone che non avevano chissà quali colpe) e organizzato tutto a sangue freddo con buona pace del suo amato “Elephant Man”, che, essendo a conoscenza di tutto, ne è di fatto complice. Fidandosi peraltro di una persona la cui sincerità e fedeltà vengono più volte sbugiardate nel corso della storia. Avrei preferito un finale “tragico”, con Dylan dylaniato sì dai dubbi, ma con la morte di uno tra Sherilee e Fundbuster (o di entrambi) a risolvere i suoi dilemmi interiori. Su Mari nulla da dire, ottima prova, con un lavoro sempre fondamentale sugli sguardi dei personaggi che comunicano con violenza le emozioni più forti dei personaggi. La copertina monocromatica di Stano appare invece sciatta e anche la postura di Dylan ha qualcosa che non mi convince.

Resta una buona storia con un finale che mi va di traverso e che non riuscirò mai a digerire.

Curiosità: (1) Da questo numero scompaiono i titoli dei capitoletti interni. (2) Il seno di Sherilee è bersaglio di alcune battute di Groucho e pure una di Quasimodo ed è talmente “importante” che anche Dylan non riesce a far finta di nulla (vedasi sbirciatina alla prima vignetta di pag. 25)

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: Sì (1, Sherilee)

CITAZIONE: “..Ma l’amore non ha paura della morte. Dovrebbe essere la morte ad avere paura dell’amore..”

VOTO: 7

Soggetto: Barbato (29)

Sceneggiatura: Barbato (28)

Disegni: Mari (16)

Uscita: febbraio 2007


lunedì 15 dicembre 2025

Dylan Dog #234 - L'ultimo arcano

 

Da millenni, i Tarocchi sono considerati gli strumenti ideali per infrangere le barriere del tempo. Ogni carta è una chiave in grado di aprire la porta che ci separa dal futuro e di annunciarci se i nostri sogni, d'amore, di ricchezza, di felicità, hanno possibilità di avverarsi un domani. Dylan scoprirà che, a volte, i Tarocchi possono giocare strani scherzi: possono far sì che la porta si spalanchi sul peggiore degli Inferni e che le nostre speranze siano trasformate in orribili incubi!

Leggi il titolo, guardi la copertina e ti immagineresti un albo di De Nardo. Invece, sorpresa! Ti ritrovi la Barbato con una storia prepotentemente drammatica, una comprimaria/antagonista forte, cinica e antipaticissima e la trinità dylaniata (Dylan, Bloch e soprattutto Groucho) in gran spolvero, nonostante il nostro non possa opporsi all'inevitabile destino di coloro che hanno pescato le carte dal mazzo dei tarocchi. Incipit durissimo, non da meno la vicenda della famiglia devastata dal cancro “contagioso”, ma anche quelle degli altri clienti di Mavì, che vedono i loro desideri realizzati in modo crudele, beffardo e disturbante, non scherzano. Barbato mette ancora una volta al centro del suo soggetto il tema della scelta, del libero arbitrio e se pur non direttamente come nello Speciale n. 18, anche Dylan finisce con l’essere coinvolto. Mari ancora una volta strepitoso ai disegni. Bastano le prime due vignette a farci capire che anche in quest’albo è particolarmente ispirato nei contrasti bianco/nero e poi via di lavoro certosino sugli occhi dei personaggi; non solo sguardi spiritati, marchio di fabbrica dell’artista ferrarese, ma anche carichi d’odio, rassegnati, sconfitti. La copertina di Stano è magnetica e intrigante e lo sfondo che ripropone il disegno sul retro dei tarocchi tenute in mano da Dylan ci sta benissimo. Insomma, quest’albo avrebbe tutte le carte in regola (se mi passate il gioco di parole) per essere un capolavoro della serie. C’è un ma… Barbato tratta malissimo Dylan, non nel senso che ancora una volta lo mette di fronte alle conseguenze delle sue scelte (quello ci sta tutto), ma per come viene gestito in alcuni momenti, ad esempio quando definisce “larva umana” Floyd Barnett (avrei capito se fosse stato lui ad uccidere la compagna e non viceversa). Mi fa ridere poi quando si ostina a pronunciare il nome completo di Mavì nel corso dell’indagine. Ma è nel finale che proprio non mi ritrovo. Premesso che io adoro i finali aperti in cui il lettore ci deve anche mettere del suo, ma mi è rimasto sempre il dubbio che il nuovo desiderio di Dylan fosse di vendetta. Me lo suggerisce la frase "Ma sai cosa penso? che se anche ho risolto il caso, il colpevole non ha pagato per i suoi crimini.." e poi  quando Mavì dice "Non capisco Dyan" lui risponde "Capirai presto". Questo tarlo mi rende la conclusione invisa. Anche se mi sbagliassi, comunque, metto sulla bilancia il pugno in faccia rifilato da Groucho alla cartomante. Mi ha fatto piacere vedere un Groucho serio e umano dopo il dramma di Doreen, ma credo che la sua reazione sia andata oltre. Al di là delle idiosincrasie personali, rimane un’ottima storia.

Curiosità: (1)Per il secondo mese consecutivo Dylan rifiuta un esplicito approccio sessuale. (2) Ancora una visita di Dylan all’Hastings Criminal Asylum dopo i nn. 191 e 221. Questa volta nessun incontro con il “simpatico” Dott. Peter Giltslack, citato solo indirettamente.

BODYCOUNT: 29

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Io le ho risposto che l’unica certezza che abbiamo è la scelta. Anche la scelta del dubbio”.

VOTO: 8,5

Soggetto: Barbato (25)

Sceneggiatura: Barbato (24)

Disegni: Mari (15)

Uscita: marzo 2006


lunedì 10 novembre 2025

Almanacco della Paura 2005 - La strada per Babenco

 

Nella storia pubblicata sull'Almanacco della Paura 2005, Dylan ha per avversario uno psicopatico assassino che è fuggito dal manicomio per ritornare a Babenco, un paese del vecchio West che esiste soltanto nella sua mente! A completamento dell'Almanacco, oltre alle consuete rassegne sul cinema e la letteratura horror dell'anno appena trascorso, troverete tre illustratissimi articoli: il dossier "La mente che uccide" e gli approfondimenti dedicati allo scrittore Joseph Sheridan Le Fanu e al regista Roger Corman.

Dopo ben cinque anni dal suo interessantissimo debutto con La vita rubata apparsa sul terzo Maxi, (e dopo una serie di soggetti bocciatigli da Marcheselli), Accatino torna a lasciare il segno. Da uno spunto apparentemente semplice e poco originale l’autore torinese tira fuori una sceneggiatura superba, fatta di poche ma incisive battute, piccoli ma significativi gesti, sguardi che i disegni di Mari contribuiscono a rendere carichi di disperazione, angoscia, disagio. E’ proprio lo stile narrativo a catturare pian piano il lettore nella morsa di una storia in cui tutti sembrano aver perso qualcosa,  tranne paradossalmente il protagonista (che non è Dylan!). C’è un’attenzione particolare per tutti i personaggi, anche quelli secondari, che vengono perfettamente tratteggiati in pochissime tavole (penso ad esempio ai genitori del ragazzino assassinato) come solo Sclavi sapeva fare. Apprezzabile l'assenza di spiegazioni superflue; alla fine non rimane nulla di sospeso (sarebbe stato così importante che la "talpa" a Scotland Yard fosse stata apertamente smascherata? Poi era già successo una cosa simile in passato in Resurrezione). Bloch giganteggia come ai bei tempi, Dylan si strugge per un'indagine in cui non avrebbe voluto trovarsi coinvolto; i due collaborano assieme nell’indagine facendo emergere il grande rapporto di amicizia che li lega. Anche Groucho, se pur in ferie, riesce a dare un poco di supporto al suo principale (che se ha bisogno delle battute del baffo doveva essere davvero giù!) Su tutta la vicenda aleggiano dubbi morali e critica ai media, già accennata di sfuggita anche nell’opera di esordio di Accatino. Di Mari abbiamo già detto: molto bravo a disegnare un albo che sulla carta non pareva adattissimo a lui, riuscendo a differenziare nettamente il mondo “solare” dell’immaginaria Babenco dalla cupa realtà. La copertina di Stano farebbe più pensare all’Almanacco del West che a quello “della Paura”, ma è perfettamente calzante, anche se preferisco quella di Villa realizzata in occasione della ristampa della storia su Super Book n. 52. A proposito, il Super Book in questione (che contiene anche Cavie Umane d De Nardo-M&G) è ancora disponibile sul sito Bonelli a € 6,90, se volete recuperarlo.

Curiosità: (1) Babenco più che a una città mi fa pensare al regista argentino Hector Babenco. (2)Dylan torna ancora una volta (dopo i nn. 8, 32, 33, 53, 75, 76, 78, 109, 140, ecc.) nel manicomio di Harlech, dove ad attenderlo c’è l’immancabile Lord Chester, notando che il posto da direttore lì porta male. (3)A pag. 91 (o 57° tavola) viene sottolineata ancora una presunta somiglianza di Dylan.. con Hugh Grant!!?! Era appena successo in Concorrenza Sleale. (4)A pag. 75 Dylan legge “Il cantico di Simeone” di T.S. Eliot.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Ma ora portami a Babenco, amico. A Babenco”.

VOTO: 8

Soggetto: Accatino (2)

Sceneggiatura: Accatino (2)

Disegni: Mari (14)

Uscita: Marzo 2005


lunedì 27 ottobre 2025

Dylan Dog #218 - L'incubo dipinto

 

In una chiesa sconsacrata dello sperduto paesino di Ffestiniog, è stato ritrovato un affresco, raffigurante "Il martirio di San Sebastiano", realizzato da Hyeronimus Quail, un artista che si era guadagnato il soprannome di "Pittore delle Agonie" perchè dipingeva soltanto morenti, rappresentandone le sofferenze con inedito realismo. Molti, in paese, temono che Quail sia tornato in cerca di nuovi spunti pittorici... Così, il sindaco di Ffestiniog assume Dylan Dog per indagare sul caso, ma anche per dimostrare che le storie maledette che si sussurrano su Quail sono soltanto un cumulo di menzogne...

Il terzo autore dylaniato a debuttare nel 2004, con l’onore di approdare direttamente sulla serie regolare a differenza degli altri due colleghi, è Michele Masiero. L’attuale direttore editoriale della Sergio Bonelli Editore, presso cui aveva iniziato a lavorare nel 1991, ricopriva all’epoca il ruolo di curatore di Mister No, serie per la quale aveva già scritto anche una trentina di storie. Per il suo esordio su Dylan Dog, Masiero decide di giocare sul sicuro ispirandosi dichiaratamente al film La casa dalle finestre che ridono (1976) di Pupi Avati, uno dei capolavori assoluti del cinema giallo-horror made in Italy, e mandando l’indagatore dell’incubo in trasferta nella brughiera inglese (un grande classico). Nella sceneggiatura sono presenti alcuni elementi soprannaturali, concentrati soprattutto nelle sequenze dei brutali omicidi, che farebbero pensare a Quail quale novello Freddy Kruger, vista la dolorosa fine flambè del Buono Legnani di quest’albo (la cui tendenza a truccarsi da donna per autoritrarsi è quasi un’ulteriore citazione al contrario). Il depistaggio ci sta, ma la soluzione finale, presa in prestito al mitico Attraverso lo specchio, risulta non del tutto convincente e in ogni caso poco congruente con la costruzione della vicenda, mentre sarebbe stata preferibile una conclusione più canonica, lasciando più sfumato lo zampino di chi teneva davvero le fila. Lascia invece interdetti Dylan che davanti alla confessione di un omicidio non batte ciglio e alla fine stringe pure la mano gioioso al sindaco (!!); che poi sto sindaco per quale stramaledetto motivo avrebbe dovuto pubblicizzare un dipinto che sapeva l’avrebbe messo nei guai??? Per fortuna ci pensa Nicola Mari a far dimenticare i difetti dell’albo, con disegni che ancora una volta lasciano il segno. Sguardi allucinati a go-go, soprattutto quelli dell’inquietante Quail, il personaggio sicuramente più azzeccato dell’albo. Prova in crescendo quella di Mari, con il botto delle vignette in nero da pag. 82 a pag. 96, una tavola più bella dell’altra. Ancora una citazione pittorica nella copertina di Stano, questa volta tocca a una delle versioni (quella più famosa, ospitata al Louvre) del “Martirio di San Sebastiano” del Mantegna. Però qualche goccia di sangue dalle ferite poteva anche farla colare!

Malgrado il servilismo nei confronti del modello avatiano, un discreto esordio (grazie al notevole apporto di Mari) per Masiero, autore che comunque non riuscirà a lasciare il segno nella serie.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: Sì (1, Kathy)

CITAZIONE: “Avete letto quello che si dice a proposito del pittore che ha dipinto quell’affresco? Le storie sulla maledizione?”

VOTO: 6,5

Soggetto: Masiero (1)

Sceneggiatura: Masiero (1)

Disegni: Mari (13)

Uscita: novembre 2004

sabato 13 settembre 2025

Dylan Dog Fuoriserie - Elke

 

Una creatura assetata di vite umane sembrava sconfitta. Invece il mostro vive ancora, sepolto nelle profondità marine, ed è pronto a tornare per riscuotere il suo tributo di sangue!

Tredicesimo appuntamento con gli inediti a colori pubblicati in coda alle ristampe degli Speciali su cartonato gigante Mondadori. Come negli appuntamenti immediatamente precedenti questa breve storia rappresenta un seguito dello Speciale cui si accompagna, in questo caso Goliath e vede il ritorno degli stessi autori, Ruju e Mari. Anzi, più che un seguito, in questo caso una vera e propria appendice che avrebbe potuto fungere da finale vero e proprio. Già in coda dello Special n. 16 infatti era già stata avanzata da Dylan l’idea, suggerita da Jenna (qui richiamata per l’occasione a ripetere la sua teoria), che Urizen potesse avere delle “metastasi”, previsione che trovava conferma nell’ultima pagina. Ruju concede spazio ai demoni interiori di Elke, che diventeranno subito minacciosamente concreti. Dylan dal canto suo afferma di riuscire a dimenticare in fretta tutti gli orrori cui ha assistito, bollandoli come un incubo, caratteristica che sappiamo essere presente fin dalle origini e che da sempre alimenta il suo scetticismo. Per quanto riguarda i disegni, Mari offre una prova in linea con quella di Goliath e in generale non posso che assegnare a questa breve storia lo stesso voto della sua “progenitrice”: un 6, che ripensandoci un attimo, gli sta pure un po’ stretto.

Curiosità: (1) Oltre che in Goliath, il personaggio di Elke era già precedentemente apparso anche in Il prezzodella morte, albo le cui vicende vanno però temporalmente collocate dopo questa storia. (2) La storia è stata ristampata su Super Book n. 36 e nella collana “Il nero della paura”, pubblicata in collaborazione con la Gazzetta dello Sport, nel mese settembre 2016.

BODYCOUNT: 1

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “E’ un ipotesi naturalmente.. ma quella che noi abbiamo distrutto potrebbe essere parte di una creatura molto più grande!”

VOTO: 6

Soggetto: Ruju (51)

Sceneggiatura: Ruju (51)

Disegni: Mari (12)


lunedì 25 agosto 2025

Dylan Dog #201 - Daisy & Queen

 

Crossbones, un piccolo paese tra Londra ed Edimburgo. Un piccolo paese dove sono scomparse già tre persone. Ferito e confuso dopo un incidente d'auto che stava per costargli la vita, Dylan viene raccolto da due strane gemelle, diversissime per carattere ma unite dallo stesso tragico passato. Daisy e Queen lo hanno salvato, certo, ma neppure il nostro Indagatore saprebbe dire se è loro ospite o loro prigioniero. Intanto, un bizzarro giornalista tedesco sta indagando sul mistero del Mostro di Crossbones

Dopo aver superato anche il traguardo dei duecento albi, Dylan Dog non si ferma (non come il sottoscritto le cui pause sono sempre imprevedibili) e lo fa con una storia che vede De Nardo abbandonare momentaneamente le atmosfere fantasy a lui familiari per esplorare i territori del giallo. Il modello di riferimento dichiarato dall’autore per il soggetto è “La notte brava del soldato Jonathan” (The Beguiled, 1971), diretto da Don Siegel, con protagonista un ancora giovane Clint Eastwood. Si avverte però distintamente anche una possibile influenza da Misery, il romanzo di Stephen King trasposto per il grande schermo nel 1990 da Rob Reiner. Tale fonte di ispirazione è stata tuttavia sorprendemente disconosciuta da De Nardo (*), il quale ha negato di aver visto al tempo il film di Reiner o letto il libro del “Re del Maine”, nonostante proprio nell'Horror Club del n. 201 (inedito) si legga che la storia “sembrerebbe ispirata a uno dei più bei romanzi scritti dall’inarrivabile Stephen King, e precisamente Misery [..], ma non lasciatevi ingannare: è assolutamente vero!”. E nell’Horror Club del n. 202 viene pure ribadito che “la volta scorsa l’omaggio di Peppe De Nardo a Misery era lampante e tuonante”.  Al di là di queste diatribe, ci troviamo di fronte a una sceneggiatura dal ritmo serrato, che scorre via liscia e sulla quale aleggia un certo dejà vù che rievoca analoghe o simili situazioni dylaniate sul tema del doppio, anche se De Nardo ce la mette tutta per distinguersi, riuscendovi solo in parte. Bisogna però rendergli merito che il dubbio Daisy-Queen resiste fino alla fine. Il personaggio del giornalista tedesco (il cui nome Zifferblatt in tedesco significa “Quadrante”) me lo sarei tenuto in serbo per altre occasioni. Qui pare un pesce fuor d'acqua, considerato che non è più di una macchietta che introduce momenti di comicità in un mood che dovrebbe restare il più teso e drammatico possibile. E poi perché non fare accettare a Dylan il suo incarico per poi farcelo finire dentro per puro caso? Mari ai disegni meno convincente di altre occasioni per quanto riguarda le proporzioni dei corpi dei personaggi che qui sono "ballerine" più di Giuda: vedasi Stone che in alcune vignette appare magro e in altre obeso. Ottimo come sempre invece quando si tratta di esprimere la follia sui volti o far risaltare sguardi allucinati (al netto di inguardabili frangette). Molto bello il primo piano di Dylan in copertina.

BODYCOUNT: 3

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Ci siamo solo tu e io. Queen è un’invenzione della tua mente… O, forse, tu lo sei della sua…”

VOTO: 6,5

Soggetto: De Nardo (8)

Sceneggiatura: De Nardo (8)

Disegni: Mari (11)

(*)Sul forum di cravenroad7.it l’utente elcruzado nella discussione dedicata all'albo cita come fonte il “MAKING OF n. 4”, collana Dylan Dog, pubblicato nel 2007 dalla IF Edizioni, su cui è riportata una dichiarazione di De Nardo in tema di citazioni dylaniate.


venerdì 28 febbraio 2025

Dylan Dog #194 - La strega di Brentford

 

Sybil Warwick, una donna che visse duecento anni fa a Brentford, un tranquillo paesino della provincia inglese, era sempre stata vecchia; le pareti della sua casa erano gli alberi del bosco, il suo tetto un cielo di stelle. Niente di più facile che una persona così si guadagnasse l'infamante appellativo di strega. E infatti Sybil, un brutto giorno, fu condannata a una pena orribile: fu sepolta nel bosco, ma ancora viva! Da qui nacque la sua sinistra fama. Si dice che rispuntò dalla terra orrendamente trasformata e, ancora oggi, secondo qualcuno, il suo fantasma si aggira tra i tronchi nodosi degli alberi di Brentford in cerca di vittime. Una leggenda, certo, ma Dylan Dog sa bene che le leggende, a volte, possono anche uccidere!

La risposta dylaniata a The Blair Witch Project, film del  1999  (diretto da Daniel Myrick e Eduardo Sanchez) citato più volte nel corso dell’ albo, è una storia tutto sommato discreta scritta da Chiaverotti. Malgrado la trama non brilli certo per originalità, sia per le continue citazioni al modello di riferimento fin dall’incipit, sia perché ci troviamo di fronte all'ennesimo giallo, con soluzione peraltro già vista (leggasi Jekyll!), con grande mestiere il Chiave tira fuori alcuni momenti orrorifici piuttosto inquietanti (le sorelline, l'aggressione di Claire ad opera della strega, ecc..) coadiuvato dall'indispensabile Mari, preziosissimo nel creare da solo la giusta atmosfera. I disegni di Nicola sono sublimi, regalano squarci di puro terrore e mantengono elevata una certa inquietudine in tutte le tavole, riuscendo a far diventare quasi un protagonista aggiunto il lugubre vento (“che porta le voci dei fantasmi bambini”) che sibila nei boschi intorno a Brentford. Nel narrarci la mitologia e le origini della strega, Chiaverotti torna a confezionare una “storia nella storia” con didascalie e cornicette come si usava fare a volte nei primi 100 (vedasi Dal Profondo, ecc..). Il risvolto soprannaturale è apprezzabile anche perché mette una pezza ad alcune perplessità emerse nella “confessione” del colpevole. La strega però è un po’ troppo loquace, spiegando il perché e il per come, mentre l’albo avrebbe giovato di una conclusione improntata a un maggior ermetismo, lasciando qualche dubbio al lettore. La copertina di Stano promette quella dose di orrore che poi verrà mantenuta all’interno. La sua strega levitante e con quei raggi che sprigiona dalle dita ricordano più, invero, le sue “colleghe” affrontate da Dylan in Le nottidella luna piena; apprezzabile la colorazione dello sfondo, l’unica cosa che non mi convince sono le dita della mano sinistra di Dylan che sembrano tutte rotte.

Curiosità: (1) A pag. 64 gli occhi della strega alle spalle di Claire (ma anche le sue braccia nella tavola successiva) ricordano la scena del primo omicidio in Suspiria di Dario Argento. (2) A pag. 35 Dylan ci ricorda il suo cattivo rapporto con i telefoni cellulari, anche se qualche pagina più avanti ne ammetterà l’utilità (almeno qualche volta).

BODYCOUNT: 7

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “L-la strega strappa le anime… come fossero cuori… cuori colmi di tenebra… La tenebra ha tanti volti… ma i suoi lineamenti sono sempre gli stessi… bisogna saperli riconoscere…”.

VOTO: 7

Soggetto: Chiaverotti (53)

Sceneggiatura: Chiaverotti (54)

Disegni: Mari (10)


martedì 4 febbraio 2025

Dylan Dog #180-181 - Notti di caccia / Il marchio del vampiro

 


Twilight Duscombe è cieca. Lo è dalla notte in cui Jargo, il vampiro maestro, e i suoi "figli" hanno massacrato la sua famiglia. Ed è proprio da quella notte che la sfortunata ragazza vede cose che gli altri non vedono, poiché Jargo parla alla sua mente, donando a Twilight persino qualche istante di felicità. Eppure, è da allora che lei e suo fratello Reginald battono i continenti in una caccia incessante. Adesso il vampiro è a Londra e, all'ombra del Big Ben, c'è un solo uomo che possa aiutarli a uccidere il mostro. Ma Dylan tentenna a Reginald piace troppo dare la morte, per essere certi che il vero mostro sia Jargo!

Quinta storia doppia pubblicata sulla serie regolare in occasione del 15° anniversario del debutto in edicola di Dylan Dog. Dopo Polvere di Stelle, qui citato espressamente, Pasquale Ruju torna a raccontarci di vampiri sempre nella loro versione “classica”, assai lontana dalla visione che Sclavi ci aveva mostrato nei nn. 13 e 61. Nonostante la storia trovi il suo limite proprio nella convenzionalità del mito e del racconto, riesce comunque a farsi apprezzare soprattutto nella seconda parte. Nel n. 180 ritroviamo infatti il Ruju più action, meno dylaniato, soprattutto nella sequenza ambientata all’obitorio, comunque di grande impatto visivo tanto da meritarsi anche la prima (la meno bella) delle due copertine di Stano. Il n. 181 invece si fa apprezzare per elementi più tipicamente dylandoghiani, in particolare nella gestione del rapporto tra il nostro indagatore dell’incubo e l’affascinante Manila, un personaggio che avremo modo di rivedere più in là nella serie. Particolarmente efficaci risultano le visioni di Twilight (il nome sembra quasi anticipare la famosa saga romanzesca e poi cinematografica, all’epoca non ancora uscita dalla penna di Stephenie Meyer) nella grande Villa di Jargo; i disegni di Mari contribuiscono ad esaltare quest’ambientazione onirica “sospesa”, un non luogo che ospita presente e passato della mente di due anime giocoforza affini. Classicissima è anche la figura di Jargo, in parte ricalcata su quella di Dracula: entrambi viaggiano sino a Londra, diffondono il “contagio”, sono legati a un personaggio femminile in qualche modo “tragico”. Indubbiamente originale invece il nascondiglio segreto del nostro vampiro centenario, che si dimostra un villain meno scontato di quanto sembri all’inizio.

Tafazziana la spoleirata in quarta di copertina del #180 che spiattella ai quattro venti la sorte di Reginald.

Curiosità: Oltre al n. 147, che in tema di vampiri by Ruju preferisco a questa storia doppia, vengono citati anche gli albi n. 61 Terrore dall’infinito (Dylan torna al Planetario) e n. 158 Nato per uccidere (vengono ricordati i coniugi Mord).

BODYCOUNT: 13 (oltre a una serie di altre vittime, vampiri compresi, non quantificabili)

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “…la caccia continua!”

VOTO: 7,5

Soggetto: Ruju (38)

Sceneggiatura: Ruju (38)

Disegni: Mari (9)


martedì 14 gennaio 2025

Dylan Dog #169 - Lo specchio dell'anima

 

Brighton Whitaker era un grande scrittore, o forse soltanto il cronista nell'ombra delle efferatezze di un serial killer. Comunque sia, la sua morte costringe Dylan a uno strano e inquietante gioco: scrutare nella mente del mostro, calarsi nei suoi panni, assorbirne la personalità. Ma ora contro chi dovrà combattere Dylan Dog, se l'assassino altro non è che un riflesso nello "specchio dell'anima"?

Il capolavoro di Paola Barbato, nonché uno dei migliori albi in assoluto pubblicati dopo i primi mitici cento numeri. Lo metto tranquillamente in una mia ideale top3-post 100 accanto a Phoenix di Sclavi e Mater Morbi di Recchioni. La sceneggiatura è una macchina perfetta che amalgama allucinazioni polanskiane con echi di giallo hitchcockiano, inseguendo un gioco orrorifico di sdoppiamento di personalità che in prima battuta strizza l'occhio alla Metà Oscura di King per poi andare a parare da tutt’altra parte. La perdita di identità diventa una disperata e drammatica ricerca dell'affermazione del proprio essere tanto per Whitaker quanto per Dylan. Un Dylan mai così stranito, alienato, in bilico sulla via del male, ma capace di mantenere quel minimo di lucidità necessaria a salvarsi. Un piacere vedere un Bloch, co-protagonista a tutti gli effetti della vicenda, lanciarsi in forma smagliante nell'indagine in prima persona, anche in azione vera e propria, tanto da far dimenticare il “sacrificio” di Groucho, qui in effetti un po' trascurato e serioso. E poi c'è lui… Joe Montero! Un killer ultracarismatico e implacabile che esiste prepotentemente e uccide per il puro piacere di farlo, senza avere neppure un'autentica identità fisica. Un personaggio divenuto istantaneamente uno dei villain più amati di sempre dal popolo dylandoghiano. Lo spiegone finale, molto contenuto invero rispetto alle prime uscite barbatiane, è stavolta pienamente giustificato e funzionale al meccanismo giallo che traina la soluzione del caso. Paola non sbaglia praticamente nulla riuscendo a coinvolgere emotivamente il lettore sino alle ultime pagine. Disegni di Mari sublimi, eccellenti nel raccontare il cambiamento di Dylan come una progressiva discesa versa la follia. Tutte le vignette in cui appare Montero sono piccole gemme da rimirare affascinati in continuazione. Ottima anche la copertina in penombra di Stano.

Imperdibile.

BODYCOUNT: non quantificabile con esattezza

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Sono un uomo fortunato… Mi chiamo Joe Montero… e sono un assassino.”

VOTO: 10

Soggetto: Barbato (5)

Sceneggiatura: Barbato (4)

Disegni: Mari (7)


mercoledì 3 gennaio 2024

Dylan Dog #161 - Il sorriso dell'oscura signora

 

Jarvis Claydon è terrorizzato dal futuro e dai presagi di morte che porta con sé. La bella Loreen lo ha fatto suo schiavo, imprigionandolo nelle sue visioni di chiromante. Ma neppure lei sa cosa si nasconde davvero nel domani. Il destino di Jarvis è chiuso dentro un labirinto grottesco, metà tragedia e metà farsa. È sospeso alle labbra della vita, piegate in un sinistro sorriso...

Quando ormai nessuno, forse, se lo sarebbe aspettato, ecco che Sclavi se ne esce con un altro capolavoro, l’ultimo. L’anno precedente, infatti, il Tiz aveva per lo più sceneggiato su soggetti altrui, suggerendo così un apparente disinteresse nell’ideazione di nuove indagini per Dylan Dog; anche le storie interamente farina del suo sacco non avevano convinto, scivolando spesso nella retorica (una deriva iniziata già tempo prima, invero) o riproponendo situazioni e suggestioni già ampiamente utilizzate in precedenza. Certo la sua bravura nello scrivere era rimasta inalterata e questo aveva mascherato, in parte, una stanchezza lavorativa che aveva già fatto capolino varie volte e presto si sarebbe palesata con il suo abbandono quasi definitivo dalla serie. Con questa consapevolezza mi sono goduto ancor più la rilettura di questo n. 161. In seguito Sclavi ha scritto ancora (poche) storie, alcune anche ottime (il n. 173 ad esempio), ma non è più riuscito a raggiungere simili vette qualitative, anche se la nascosta speranza di un ultimissimo colpo di coda credo rimanga sempre in fondo al cuore di ogni fan dylaniato che si rispetti. Personalmente quest’albo mi ha conquistato, in primis, grazie al legame diretto con il mitico n. 10 Attraverso lo specchio, una connessione che non si ferma alla riproposizione del personaggio di Jackal (le cui vicende sono riassunte in un fedelissimo flashback) ma si sostanzia in un ribaltamento della prospettiva (OCCHIO AGLI SPOILER da qui in avanti):  nel n. 10 è la Morte che si "diverte" a spettacolarizzare le sue esecuzioni già decise, mentre nel n. 161 è la Vita che vuole scherzare, complicando le vicissitudini di nascituri, morituri e già morti. Quest’albo però è idealmente legato ad un’altra grande storia dylaniata, potrebbe infatti essere considerato l'altra faccia della medaglia di Phoenix. Con il n. 123 condivide infatti gli autori (Sclavi-Mari), il mood (almeno sino a prima del finale), uno dei comprimari (il simpatico professor Adam) e il tema del doppio. Inoltre nel n. 123 protagonista è la Morte nel generare la catena di eventi che portano a fondere i personaggi di Lullaby e Phoenix, mentre nel n. 161 protagonista parimenti è la Vita nel dare il via alla catena di eventi che portano a unificare (ironicamente nella morte) i personaggi di Jarvis Claydon e Harry Kopperman. A quest’ultimo proposito, come segnalato da alcuni utenti del forum di Cravenroad.it (Rubino Burman e Kramer76) nella discussione dedicata alla storia, l’esecuzione di Claydon rappresenta un omaggio al finale del film La vittima designata (1971) di Maurizio Lucidi; anche il personaggio di Neville Hart pare ispirato, nelle fattezze, all’attore Pierre Clementi, co-protagonista del film accanto a Thomas Milian. Ma la vicenda Claydon-Kopperman ha evidentemente un altro referente in Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me? (Who Is Harry Kellerman and Why Is He Saying Those Terrible Things About Me?), pellicola con Dustin Hoffman diretta da Ulu Grosbard sempre nel 1971 e una possibile altra fonte di ispirazione nel racconto William Wilson di Poe. Ritroviamo qui un Dylan   particolarmente attivo nell'indagine, tanto da camuffarsi ed agire in incognito, senza però abbandonare il suo lato romantico-crocerissino e soprattutto un Dylan che si incazza, come ai bei vecchi tempi. Groucho sconfitto: la miglior battuta dell'albo, quella finale indimenticabile che riporto in citazione, non è sua, ma della Vita. Nonostante il forzato abbandono dell'ermeticità mostrata agli esordi dylaniati a favore di una maggiore leggibilità, i disegni di Nicola Mari riescono a sprigionare le medesime suggestioni e sensazioni del suo stile primigenio. Ottimo il lavoro svolto sulla “oscura signora”, una figura inquietante e onnipresente modellata sulla Morte “bergmaniana” con cui viene volontoriamente confusa,  che solo alla fine rivela la sua vera identità e al contempo la natura di tragicommedia dell’albo. Mari è bravissimo a passare dall’atmosfera perturbante delle sedute spiritiche a quella noir che vede protagonista Jackal, stemperando all’occorrenza i toni (le facce attonite di Dylan e Groucho davanti al notiziario TV).  Stupenda la copertina su cui ho poco da dire se non che, a mio gusto, non solo è in assoluto la più bella realizzata da Stano, ma forse anche dell’intera serie. Anche il titolo è tra i più apprezzati di sempre.

Curiosità: Il film che Jackal vede al cinema durante il prologo è L’anno del dragone (Year of the dragon, 1985) di Michael Cimino.

BODYCOUNT: 3

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “E’ bello, qualche volta, umorire

VOTO: 10

Soggetto: Sclavi (117)

Sceneggiatura: Sclavi (125)

Disegni: Mari (6)

venerdì 15 dicembre 2023

Dylan Dog Special #13 - Goliath

 

Un gigante d'acciaio in mezzo all'oceano. La piattaforma petrolifera Goliath non dà più segni di vita, come un castello super-tecnologico abbandonato in mezzo al nulla. Ora tocca a Dylan Dog affrontare il mistero. Qualcosa è risalito dalle viscere della Terra per prendere corpo e anima dell'equipaggio. Una forza primordiale, un animale sopravvissuto ai millenni, un'intelligenza sottile e micidiale!

ALERT: la recensione è piena di inevitabili spoiler.

In questo Speciale n. 13 Ruju decide di mettere l’indagatore dell’incubo a confronto con le sue fobie più temute: mal di mare, claustrofobia e vertigini. E la reazione del nostro sarà stupefacente, dal momento che non sembrerà soffrire particolarmente nessuno di questi malesseri, nonostante le condizioni ambientali estreme che si troverà ad affrontare all’aperto e gli spazi angusti e bui che lo attenderanno all’interno della Goliath. Evidentemente i farmaci contro la nausea di cui dichiara di aver fatto ampio uso all'inizio della storia dovevano essere particolarmente efficaci anche contro la claustrofobia e il freddo. D’altronde chi, come Dylan, non farebbe sesso, mezzo nudo, all'aria aperta con mare in tempesta e un vento pazzesco?? Neanche la famosa polverina di Pollon, nella famosa serie animata degli anni ’80 che si prendeva gioco degli dei dell’Olimpo, aveva effetti così “stupefacenti”. Le fonti di riferimento per il soggetto sono snocciolate nell’editoriale di pag. 2: La cosa da un altro mondo (1951, di Christian Nyby) e il suo quasi-remake del 1982 La Cosa di John Carpenter, la tetralogia originale di Alien, Relic-L’evoluzione del terrore (1997, di Peter Hyams) e Deep Rising-Presenze dal profondo (1998, di Stephen Sommers). Io ci aggiungerei almeno anche i non citati Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997, di Paul W.S. Anderson) e Il terrore dalla sesta luna (The Puppet Masters, 1994, di Stuart Orme) da cui sicuramente Ruju ha attinto per imbastire una sceneggiatura standard da survival fantahorror, genere che apprezzo molto sia a livello cinematografico che videoludico. A quest'ultimo proposito, da notare come le creature della Goliath ricordino molto da vicino, in anticipo di una decina d'anni, i necromorfi del videogame Dead Space, forse perché le fonti di ispirazione sono sostanzialmente le medesime. Quello che proprio non digerisco di questo Speciale è l’atteggiamento di Dylan. Al di là della già citata imprevedibile resistenza alle fobie, il nostro si dimostra quanto mai insopportabile palesando da subito un’aria da "so tutto io" e zero simpatia. Impartisce ordini a tutti e praticamente si mette di fatto al comando dell'operazione senza nemmeno entrare in conflitto con il gruppetto dei mercenari (quanto mai buonisti) come sarebbe stato lecito aspettarsi. Insomma, troppo supereroe rispetto al personaggio che avevamo imparato a conoscere. Un Dylan in versione “Bruce Willis” (come da lui stesso ammesso a pag. 113) dall’inizio alla fine e una componente action tanto preponderante non avevano precedente nella serie. Tutto l’albo trasuda machismo da tutte le pagine, nonostante la presenza di due donne forti che però faticano ad imporsi sulle decisioni degli uomini. Da notare poi come il messaggio ecologista sia soltanto di facciata. Nonostante Dylan affermi di aver accettato l’incarico per sventare un’apocalisse ecologica, non si fa nessuno scrupolo a far implodere la Goliath per salvare la sua pellaccia e quella dei compagni. Il controfinale, poi, sfrutta un’idea già vista nella mini-storia “Al centro della terra” presente nel primo Speciale. Felice intuizione, invece, quella delle citazioni di William Blake, compreso lo stesso Urizen, sparse a più riprese nell’albo. Passando ai disegni, mi duole ammettere da fan di Mari comeil buon Nicola non fosse probabilmente l’artista più adatto per questo tipo di storia. Ruju mette infatti in scena sequenze molto concitate che il tratto denso e complesso del disegnatore ferrarese rende troppo caotiche. Spesso non si capisce cosa succeda (ad es: il tentativo di salita sulla piattaforma) o quanti personaggi siano in scena (ad es. nel confronto finale sembrerebbero presenti solo Dylan, Jerome e Dwight Shermann, ma a pag. 121 vediamo fuggire altre creature). Esteticamente, almeno per me, il suo lavoro resta un bel vedere anche qui, ma risulta poco, anzi pochissimo, funzionale al racconto. Copertina sacrificatissima come da qualche anno a quella parte, ma che rappresenta al meglio quello che l’indagatore dell’incubo si troverà ad affrontare all’interno della Goliath.

Malgrado i difetti, una lettura godibile se non si hanno troppe pretese. Certo per chi ha ben presente le fonti di riferimento, non ci saranno sorprese.

Curiosità: (1) A pag. 13 citata Charlotte Leduc, apparsa ne Il canto della sirena (Gigante n. 5), altra storia “marittima” di Ruju. (2) Nell’editoriale viene annunciata per l’anno successivo il cambio della formula di Speciale (da 128 a 160 pagine, ma senza “Grouchino”) e Gigante (da multi-storie a storia unica).

BODYCOUNT: Non quantificabile

TIMBRATURA: Sì (1, Elke)

CITAZIONE: “Avete unito le vostre solitudini. E ora cercate una via d’uscita divorando il mondo”.

VOTO: 6

Soggetto: Ruju (22)

Sceneggiatura: Ruju (22)

Disegni: Mari (5)