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sabato 31 gennaio 2026

Dylan Dog #249 - I ricordi sepolti

 

Ti ho mai raccontato di quella volta che sono morto?!È così che cominciavano alcune delle strane storie che Barton Darke, padre di Merian, raccontava alla figlia ancora bambina. Avventure meravigliose popolate di nani, alberi parlanti, tesori sepolti e morti viventi! Favole nere divenute terribilmente reali quando l'uomo, anni prima, è scomparso, letteralmente inghiottito dalla terra del campo dei morti! Un incubo che Merian, trasferitasi a Londra, era riuscita a lasciarsi alle spalle, ma che ora deve riaffrontare con l'aiuto di Dylan Dog!

Mi ha detto mio cuggino che da bambino una volta è morto” cantavano gli “Elio e le storie tese”. Qui il cacciapalle millantatore, che si scoprirà essere poi morto davvero, è il padre della fidanziata dylaniata di turno, la complessatissima (e vorrei vedere non lo fosse) Merian, co-protagonista della storia confezionata da Mignacco che torna a sceneggiare una storia di Dylan Dog a cinque anni di distanza dal deludente L’uomo nero. Le fonti di ispirazioni dichiarate per il soggetto sono praticamente agli antipodi per qualità e intenti: Big Fish (2003) di Tim Burton e Boogeyman  (2005) di Stephen Kay. Ne esce fuori uno strano ibrido, una ghost story in cui i fantasmi del passato appaiono quanto mai tangibili e che si lascia apprezzare per le atmosfere oniriche, soffrendo però di un’aritmia narrativa che spezza di continuo la tensione e buttandoci in faccia una soluzione del caso, durissima sì, ma anche troppo realistica e quindi in definitiva deludente. Sono però i dialoghi il vero tallone d’Achille della sceneggiatura, soprattutto quelli che intercorrono tra Dylan e Merian: banali, melensi, a tratti pure irritanti (vedasi finale). Un ricordo che avrei preferito tenere sepolto se non fosse per i disegni di un Roi in ritrovata forma dopo due anni di assenza dalla serie. Il buon Corrado riesce a creare un clima angosciante in cui l’orrore è sempre dietro l’angolo. Mignacco poi gli serve sul piatto d’argento un flashback in “cornicetta”, un grande classico dylaniato che per Roi è praticamente un marchio di fabbrica dai tempi di Dal profondo. Particolarmente inquietanti le improvvise apparizioni della madre di Merian e davvero efficace il lavoro fatto sugli occhi di quest’ultima. Stupenda la vignetta grande di pag. 14 che Stano ripropone sulla copertina con Dylan nelle vesti dell’appeso. Cover che stavolta non mi dispiace affatto, malgrado ancora una volta lo sfondo non mi convinca.

Curiosità: A pag. 57 Dylan ha la camicia completamente aperta, mentre fino alla pagina precedente appariva abbottonata fin quasi al collo.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: Sì (1, Merian)

CITAZIONE: “Le cose che ho visto questa sera sono miei ricordi… mi appartengono!”

VOTO: 5,5

Soggetto: Mignacco (15)

Sceneggiatura: Mignacco (17)

Disegni: Roi (45)

Uscita: giugno 2007


domenica 30 novembre 2025

Dylan Dog #229 - Il cielo può attendere

 

Non è affatto facile il mestiere di angelo, stiamo parlando di un vero angelo, con ali, tunica e aureola, specie se ci si ritrova a vivere in un mondo malvagio come il nostro. Puo' persino accadere di essere rapito e mutilato delle preziose ali. Insomma, al di fuori del paradiso è un vero inferno! A chi puo' rivolgersi un angelo per tornare a casa se non all'Indagatore dell'incubo?

Il titolo dell’albo è un esplicito omaggio all’omonimo titolo italiano del film Heaven can wait (1943) di Ernst Lubitsch, tuttavia la storia non ha nulla a che vedere con la pellicola del cineasta tedesco. In compenso Dylan ha avuto a che fare già in altre occasioni con angeli, presunti e non, alcuni pure con le ali tagliate come sostiene di esserlo l’Angel di questo n. 229 e come Saul, il biondo vendicatore co-protagonista de L’angelo sterminatore (e poi apparso in altre storie). Purtroppo se in Istinto Omicida Masiero era riuscito ad amalgamare discretamente (soprattutto per merito di Casertano) elementi ripresi da albi del passato, qui l’operazione nostalgia fallisce su tutta la linea. Non si salva niente, nemmeno il prologo. Troppo patetico il personaggio di Angel per suscitare qualunque reazione, figuriamoci compassione che vorrebbe essere lo scopo finale del soggetto. Solo l'ultima pagina, tra le peggiori di sempre, in cui Angel sembra un tizio qualunque seduto in contemplazione sulla tazza del cesso suscita al massimo grasse risate oppure, in alternativa, istiga alla distruzione fisica dell'albo. La sceneggiatura è senza coerenza, senza senso, mescola registri in totale contraddizione tra loro. Il "racconto nel racconto" con le cornicette, sperimentato con buon successo varie volte nella serie (a partire da Dal Profondo) è buttato lì giusto per fare il verso ai bei tempi che furono: è un vuoto tentativo di emulazione in cui neppure lo stesso Masiero sembra credere tanto appare fuori contesto. Sfogliando le pagine dell’albo ho ritrovato un Roi svogliatissimo, pallida imitazione di sè stesso, forse a causa di iperproduzione in quel periodo.  La pessima copertina di Stano mette la definitiva pietra tombale su un albo da dimenticare.

BODYCOUNT: non quantificabile

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Un demonio terribile che, attraverso me, voleva impossessarsi dei segreti degli angeli…”

VOTO: 4

Soggetto: Masiero (4)

Sceneggiatura: Masiero (4)

Disegni: Roi (44)

Uscita: ottobre 2005


venerdì 28 novembre 2025

Dylan Dog Special #19 - La Peste

 

Londra è impazzita! Un misterioso virus che provoca orribili trasformazioni fisiche sta mietendo numerose vittime. Corpi che si gonfiano come mongolfiere, che si liquefano come ghiaccio al sole, che rimpiccioliscono alla grandezza di un insetto. Il panico regna sovrano, la peste del terzo millennio è cominciata!

Speciale infinito, lunghissimo, a tratti insormontabile. Partendo dai disegni, qui Roi conferma il trend negativo imboccato negli albi immediatamente precedenti, anche se qualche zampatina di classe qua e là ancora la piazza, vedasi le vignette grandi di pag. 144 e pag. 156. Troppo poco per non rimanere delusi, considerato che con la peste, quella “vera” ci aveva saputo fare alla grande con La morte rossa, che aveva delle immagini evocative potentissime. Qui dato che la peste c'è praticamente solo nel titolo (il contagio è di tutt’altro genere), sarebbe stato forse più adeguato il tratto di Piccatto. Passando ai testi, carina l'idea (di Marcheselli e non di Barbato come invece detto nell’editoriale dello Speciale) di adattare “I promessi Sposi” al formato Dylan o viceversa e, pur con qualche forzatura, anche la chiosa finale della "Verità". Ma in verità vi dico che per un tema simile, mutazioni connesse, la storia avrebbe dovuto sbilanciarsi verso un tono più ironico e grottesco, forse anche più fantasioso a livello iconico (e grafico). Paola invece è più interessata a una sceneggiatura dylan-referenziale, anche quando il nostro non è in scena, recuperando all'uopo una coppia di personaggi (Murray e Amber) che francamente non avrebbero più dovuto avere nulla da dire dopo Il seme della follia per non rovinarne la resa drammatica, cosa che qui puntualmente avviene. Ciò non mi ha impedito comunque di apprezzare il giochino della riproposizione della reiterata e fondamentale scena dello Speciale precedente. Cameo di Xabaras inutile, se non per il discorso dell'applicazione della "Verità" anche a Dylan, in un finale che pare già un presagio di quello che ci saremmo dovuti sorbire nel ventennale. Anna Never, che torna nella serie dopo quasi sette anni (l’ultima apparizione, se non sbaglio, era in Polveredi Stelle), trattata malissimo per gran parte dell'albo, si riscatta solo parzialmente nel finale. In compenso alcuni personaggi di contorno si perdono completamente nella narrazione. Alla sufficienza la storia arriva, ma nulla più. Discreta la copertina di Stano a tema epidemiologico "classico".

Rileggendola oggi, tra contagio, strade deserte, balloon che parlano di mascherine, guanti e disinfettanti, è una storia che appare quasi tristemente profetica.

Curiosità: La filastrocca iniziale parafrasa in parte quella mitica di Attraverso lo specchio (vedasi citazione sotto).

BODYCOUNT: inquantificabile

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “La Peste che insidia, la Peste che agguanta, la Peste rivela e d’orrore t’ammanta. La Peste schifosa, la Peste lasciva, la Peste, la Peste che arriva!”

VOTO: 6

Soggetto: Barbato (24)

Sceneggiatura: Barbato (23)

Disegni: Roi (43)

Uscita: settembre 2005


lunedì 13 ottobre 2025

Dylan Dog #214 - Manila

 

Jargo il vampiro è morto. Ma non si può dire altrettanto per l'ultima delle creature del suo branco, Alec, che semina morte alla continua ricerca di prede. Manila, la bella vampira che Dylan Dog ha salvato donandole il suo sangue stringe un'inedita alleanza con l'Indagatore dell'Incubo, proprio per eliminare il servo superstite di Jargo. Ma, forse, questa non è l'unica ragione che l'ha spinta a camminare, ancora una volta, al fianco del nostro Dylan...

Accettabile spin-off, più che un vero seguito, della doppia “vampirica” degli albi nn. 180-181 (Notti di caccia/Il marchio del vampiro) che avrebbe dovuto segnare idealmente la fine degli accoliti di Jargo sopravvissuti (e invece…). Tutto si svolge come ci si potrebbe aspettare, senza guizzi di originalità che forse non si poteva nemmeno pretendere essendo una storia nata dalla costola di un'altra. Però Ruju ce lo racconta in maniera solida, con mestiere, azzeccando l'atmosfera romantico-decadente che tanto si addice ai vampiri ma lasciando scivolare via tutto un po’ troppo in fretta. Dylan un po' patetico nel piangere Shannon (da cui si era fatto convincere a partecipare a un rave party!!), dimenticata in quattro e quattr’otto, riguadagna punti nell’impossibile relazione con Manila. Stupenda la scena disegnata da Roi tra i vapori della vasca (pagg. 51-52), così come il primo piano dell’affascinante succhiasangue del titolo a pag. 13 (5° vignetta). Purtroppo Manila non è altrettanto avvenente nella copertina di Stano. Per il resto, a parte qualche notevole sfoderata di canini, ordinaria amministrazione per il buon Corrado che comunque tiene testa ai disegni di Mari nel prequel. Apprezzabile il finale con un Dylan disperato, che è un miracolo non sia stato vampirizzato con tutto il sangue che più volte gli viene succhiato nell’albo.

Curiosità: Bloch fuma (sigari) solo nelle storie disegnate da Corrado Roi, circostanza che si verifica anche in questo n. 214.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA:  No (quasi)

CITAZIONE: “Voi avete avuto quello che volevate. Adesso potete andarvene. Non c’è più niente da vedere qui! Solo polvere”.

VOTO: 6

Soggetto: Ruju (55)

Sceneggiatura: Ruju (55)

Disegni: Roi (42)


lunedì 29 settembre 2025

Almanacco della paura 2004 - Le notti di Halloween

 

Holmwood è un tipico, tranquillo paese della campagna inglese, ma il bosco che lo fiancheggia non gode della stessa fama. Da anni, o forse secoli, la notte di Ognissanti registra, da quelle parti, misteriose scomparse di viandanti. Anche i genitori di Luna Walters sono svaniti nella nebbia che si leva da tempi immemorabili in quella notte magica nel bosco di Holmwood… E alla coraggiosa giovane donna non resta che ritornare in quel luogo sinistro, non senza essere prima ricorsa, però, ai buoni uffici di un certo Dylan Dog…

Con Sclavi ormai latitante, Chiaverotti, Ambrosini e Manfredi concentrati sulle proprie creazioni, Mignacco e Medda con mani e piedi in altre serie, in Via Buonarroti c’era ai tempi l’evidente necessità di aggiungere forze fresche al reparto degli sceneggiatori dylaniati. Nel 2004 saranno ben tre i debuttanti, il primo dei quali, Gianfranco Marzano, sarà anche il più prolifico, sebbene se ci sarebbe voluto ancora qualche anno per vedere comparire il suo nome sulla serie regolare. Torinese, classe 1969, Marzano si era laureato al Dams in “Storia del cinema italiano” e negli anni ’90 aveva realizzato cortometraggi, videoclip, filmati istituzionali affiancando progressivamente alla sua attività di filmaker la passione per il mondo del fumetto. Prima di approdare su Dylan Dog si era cimentato, in qualità di sceneggiatore-disegnatore, in una sua serie autoprodotta (Gekman), collaborando poi con fanzine locali e partecipando ad altre iniziative fumettistiche locali. In questo suo esordio Marzano decide di giocare abbastanza sul sicuro, puntando su una avventura on the road per Dylan, una formula rodata e in passato anche fortunata per altri autori, che però, essendo stata usata molte volte, deve scontare necessariamente una certa prevedibilità. Si parte con un prologo interessante con gli zombi che emergono da una fitta nebbia; quello vestito da soldato a pag. 38, tra l’altro, ha fatto sobbalzare il mio cuore da horrorofilo ricordandomi non so perché, visto che non c'entra nulla, i nazi-zombi de L'occhio nel Triangolo (Shock Waves, 1977, di Ken Wiederhorn). E' palese però che il riferimento cinematografico più diretto nel concepimento del soggetto qui sia Fog (The Fog, 1980) di John Carpenter. Nel seguito della narrazione Marzano mostra però di non essere subito entrato in piena sintonia con il personaggio. Troviamo qui un Dylan piuttosto passivo e “ingessato”, incredibilmente compassato nel suo studio mentre ascolta il racconto della sua cliente, a tratti spettatore più che attore della vicenda, salvo risvegliarsi nella parte finale. Non lo aiuta l'interazione con i comprimari vuoi perché stereotipati, vuoi perchè anonimi (Luna). Da notare che il caso rimane sostanzialmente irrisolto, forse perchè all'autore interessava di più creare un'atmosfera horrorifica (intento lodevole ma) a costo di sacrificare coerenza di sceneggiatura. Ad affiancare l'esordiente Marzano, ritroviamo ai disegni un veterano come Roi che qui ci offre una prova molto buona. Da citare in particolare tutte le tavole avvolte nella nebbia con zombi e mastini (su tutte quella grande a pag. 113 o 79° tavola), Dylan insonne e gli incubi di Luna da fine pag. 59 a pag. 62 (da 25° a 28° tavola) in una notte buia buia, i primi piani della mamma di Luna nel prologo. Nelle tavole "diurne", invece, il grande Corrado purtroppo palesava di aver perso qualcosa rispetto al suo glorioso passato. Se presa nella sua totalità (fronte e retro), trovo apprezzabile anche la copertina di Stano che dimostra ancora una volta di aver ben pochi rivali in Bonelli quando si tratta di disegnare zombi.

Accettabile.

Dei dossier dell’Almanacco non so se parlerò ancora in futuro, perché ormai finisco ogni volta per ripetere più o meno le stesse cose. “Dame in nero”, “La mummia”, “Wes Craven”, “Frankenstein” sono tutti argomenti che avrebbero meritato molto più spazio ed approfondimento; vanno giusto bene per i neofiti. Le panoramiche su libri e film sono forse un filo più condite che negli anni immediatamente precedenti, ma sono sempre troppo scarne. Non ricordavo venisse menzionato il film Below di David K. Thwoi, horror ambientato in un sottomarino, che peraltro non ho mai visto (e leggendo le recensioni in rete temo di non essermi perso nulla).

Curiosità: Strano che una storia ambientata la notte di Halloween sia stata pubblicata nel mese di marzo. Che fosse originariamente destinata a qualche altra testata?

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: Sì (1, Luna)

CITAZIONE: “Le uniche costanti di questa storia sono il luogo, Holmwood, la notte di Halloween, i corpi non rinvenuti e il fatto che gli scomparsi sono tutti forestieri”.

VOTO: 6

Soggetto: Marzano (1)

Sceneggiatura: Marzano (1)

Disegni: Roi (41)



venerdì 19 settembre 2025

Dylan Dog #207 - Il tempio della seconda vita

 

Consulente in uscita, così si qualifica Larry Robson nel presentarsi a Dylan Dog. Più precisamente, il lavoro di Robson consiste nell'aiutare chiunque cada sotto l'influenza di una setta, e voglia liberarsene, a inserirsi nuovamente nella normalità. Non si tratterebbe, di rigore, di un campo d'azione consueto per il Nostro, ma non si può negare che il Tempio della Seconda Vita, fondato dal Redento Hogan, non sia secondo a nient'altro in fatto di incubi.

Albo anomalo questo. Se ci basassimo unicamente sul soggetto non sarebbe nulla di che. Viene affrontato il tema della sette già visto in passato nella serie, il cliente di turno scompare misteriosamente, Dylan indaga fingendosi interessato a unirsi agli adepti, alla fine scopre che in realtà è tutta una truffa. Ma la sceneggiatura   ha ben altro passo, spostando più volte il racconto in una dimensione da incubo. De Nardo si affida ancora una volta alle didascalie che in questo caso producono un effetto straniante per il lettore grazie al racconto fuori campo di Dylan che trasforma l'albo in una sorta di lungo flashback. Anche il personaggio impalpabile di Nadine, forse parzialmente incompiuto, finisce per essere paradossalmente un altro elemento perturbante: di lei non sappiamo nulla in pratica, quasi non fosse mai davvero esistita, nè perché avesse quel sogno di vita normale insieme a Dylan. Mancate spiegazioni che sono un punto a favore, fossero queste o meno le intenzioni dell'autore. Per questo alcuni personaggi, definiamoli "più realistici", come Lucille e gli scagnozzi di Hogan stonano con il resto, mentre la storia avrebbe ulteriormente giovato di maggiori innesti oppressivo-surreali. I disegni di Roi completano l'opera contribuendo a creare un'atmosfera crepuscolare e claustrofobica, quasi da vecchio horror espressionista, esaltando le sequenze oniriche, vero punto di forza della storia, compresa la stupenda pagina finale e l’incipit con il “seppellimento prematuro” (omaggio a Poe). Il buon Corrado aveva un po’ perso il lustro dei primi anni, ma le sue tavole sprigionano sempre inquietudine. Apprezzabile anche la copertina di Stano, di cui mi piacciono in particolare le pennellate azzurre in evidenza sul soffitto del tempio.

Curiosità: 40° storia dylaniata disegnata da Roi.

BODYCOUNT: 4

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Non oso. Il terrore mi paralizza. Vorrei urlare. A che servirebbe? Nessuno può sentirmi sottoterra”

VOTO: 8

Soggetto: De Nardo (9)

Sceneggiatura: De Nardo (9)

Disegni: Roi (40)


mercoledì 3 settembre 2025

Dylan Dog #202 - Il settimo girone

 

Molti di noi, almeno una volta nella vita, hanno sperimentato l'orrenda sensazione di non esistere agli occhi degli altri, come se fossimo diventati improvvisamente invisibili e intangibili. Ebbene, Dylan Dog e altri quattro casuali compagni di avventura si trovano a condividere l'orrenda esperienza di essere vivi in un mondo che muore lentamente, imprigionati in una zona della città dove la gente ripete ossessivamente le stesse azioni senza fermarsi mai. Forse Dylan, senza volerlo, ha attraversato un varco dimensionale? O forse sta soltanto scortando quattro anime dannate verso il girone più terribile dell'Inferno, il settimo, quello riservato agli assassini?

Paola Barbato aveva già realizzato un soggetto su Dylan imprigionato in realtà alternative e circolari per il n. 163 della serie regolare, Il mondo perfetto, albo che però la sceneggiatura minimalista ad opera di Sclavi rendeva molto diverso e più accessibile di questo n. 202. Qui al contrario abbiamo un accumulo di informazioni, alcuni delle quali tentano di depistare il lettore: dal serpente Samael (rinvenuto sul libro di un chiromante!!), all’uroboro, al settimo cerchio infernale dantesco degli assassini (che regala impropriamente il titolo all'albo) fino ad arrivare alla mitologia greca con le Tre Parche.  C’è anche l’immancabile Stephen King tra le fonti di ispirazione della storia, come ci viene rivelato nell’Horror Club (inedito), da individuarsi nel racconto I langolieri, contenuto nell’antologia Quattro Dopo Mezzanotte (Four past midnight, 1990). Il mood serio-tragico dell’albo viene rimesso in discussione dal finale che rivela la sua natura di divertissement e propone qualcosa di nuovo rispetto al solito inferno burocratico governato dal direttore “duefacce” che altri autori hanno tirato fuori come deus ex machina quando non sapevano più dove arrampicarsi. Il difetto arriva invece dove non te lo aspetteresti da Barbato, ovvero nella caratterizzazione dei personaggi, che rimangono bidimensionali, quasi più a rappresentare una categoria che a reclamare la propria individualità di comprimari. Se non altro il ragazzino razzista rappresenta una sorta di inedito nella serie. Roi ai disegni era ancora un bel vedere, ma il suo tratto qui risulta standardizzato, privo dei picchi del passato: basti vedere l'evocativa immagine grande a pag. 68 o la doppia tavola onirica alle pagg. 44-45. Fossero state ai tempi di Mefistofele o anche, senza tornare troppo indietro, de La morte rossa sono sicuro che sarebbero stare realizzate in maniera diversa, molto più curata, con potenzialità da capolavoro su carta. Però le Parche sono rappresentate in modo davvero inquietante (vedasi in particolare ultima vignetta di pag. 97). Copertina pittorica di Stano fuorviante come il titolo, ma molto bella, ispirato a I dannati, uno degli affreschi realizzati da Luca Signorelli nella cappella di San Brizio nel duomo di Orvieto.

Malgrado un certo fastidioso moralismo di fondo la ritengo una storia pienamente riuscita, ma su temi affini preferisco di gran lunga la libertà chiaverottiana di albi come Laclessidra di pietra o Il Confine.

Curiosità: Riporto da Wikipedia, quindi con tutte le attenuanti del caso, che Samael o Samaele (in ebraico סמאל‎; veleno di Dio) secondo la religione cristiana è un arcangelo; nella tradizione Talmudica e post-Talmudica, ha il ruolo di accusatore, seduttore e distruttore, spesso associato all'angelo della morte (Azrael). Per quanto riguarda la sua forma di serpente, su diversi siti si legge che secondo alcuni studiosi fu proprio Samael a tentare Eva.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Quattro angeli della morte come compagni di viaggio… per il barcaiolo che li ha traghettati in questo inferno”

VOTO: 7,5

Soggetto: Barbato (16)

Sceneggiatura: Barbato (15)

Disegni: Roi (39)

mercoledì 26 febbraio 2025

Dylan Dog #193 - L'eterna illusione

 

Per Dylan Dog, Diane sembra essere la Donna, quella accanto alla quale invecchiare e morire. Che dite, sarà possibile per l'Indagatore dell'Incubo incontrare il Grande Amore, o non sarà che l'amore, a questo mondo, è soltanto una tragica beffa? Nel frattempo, fermata per sempre la mano assassina del dottor Gaze, un altro spietato assassino si aggira per le strade di Londra. Fallen è il suo nome, ma sembra che tutti ignorino le sue imprese. Dove finiscono le vittime di Fallen? Ed è proprio vero che ruba loro la vita, o non si limita piuttosto ad assopirne l'anima?

Albo che ogni volta che rileggo mi piace sempre un po’ meno. Lo trovo invecchiato male o forse sono io ad essere invecchiato, perché quando lo lessi la prima volta, quasi un quarto di secolo fa ormai, venni rapito dal soggetto che indubbiamente sa smuovere le emozioni del lettore, se pur in modo un po’ furbo e ruffiano. Lo trovo quindi ampiamente sopravvalutato da parte di chi lo considera un capolavoro, ma non si può negare sia una buona storia con un'idea vincente alla base e un apprezzabile finale amaro. Onestamente è anche da riconoscere che venendo a mancare, in sede di rilettura, l'effetto sorpresa sulla natura di Fallen e la sua.. attività, è la sceneggiatura a mostrare la corda nel tentativo di ricreare un'atmosfera, familiare al lettore, di ménage amoroso dylaniato; difetto che invece non si percepisce la prima volta che si apre questo n. 193. La trama è comunque strutturata bene nel mescolare le carte e nell’alternare i (presunti) delitti di Fallen con le avventure amorose di Dylan e Diane. Il nostro mostra tutta la sua immaturità nella fuga post proposta della fidanzata e ha anche un atteggiamento non da lui nello “scontro” con la quasi futura suocera. Groucho di contro è gestito davvero molto bene ed è protagonista, suo malgrado, di uno dei finali più significativi della serie. Per quanto riguarda i disegni, ho sempre considerato Roi leggermente fuori posto in una storia come questa. Nessun problema nel prologo con il Dottor Gaze (anche se.. come impugna la Bodeo Dylan a pag. 7??) o nelle sequenze degli “omicidi” di Fallen. Quando però la sceneggiatura si muove su territori non orrorifici, il suo tratto risulta meno efficace nel saper fare emergere i sentimenti. Ci sono anche alcune sviste: persone o cose che non sono collocate nella stessa posizione o non sono uguali da una vignetta all’altra. Più in sintonia sarebbero stati i disegni dell’Ambrosini dei primi 100 oppure di Venturi, ma ormai all'epoca già da anni in tutte altre faccende affaccendati. Riesce invece a coniugare perfettamente le due anime (orrorifica e sentimentale) la copertina di Stano con la morte in bicicletta e l’intenso abbraccio della ragazza (che non assomiglia a Diane) a Dylan.

Di Ruju preferisco di gran lunga l'albo immediatamente precedente della serie regolare.

Curiosità: A pag. 11 Bloch afferma che non gli è mai capitato di vedere la retina di un morto che conserva l’immagine del suo assassino. Riferimento forse a Quattro Mosche di velluto grigio di Dario Argento.

BODYCOUNT: 1

TIMBRATURA: Sì (1, Diane)

CITAZIONE: “Viene verso di me, tranquillo e implacabile, come tutte le altre volte. Mi fa paura.”

VOTO: 8

Soggetto: Ruju (46)

Sceneggiatura: Ruju (46)

Disegni: Roi (38)


domenica 16 febbraio 2025

Dylan Dog #188 - Il labirinto di Bangor

 

Che ne direste di una partita a un bel gioco di ruolo, per esempio "Il Labirinto di Bangor"? Prima di rispondere pensateci bene, perché nel mondo di Dylan Dog anche il più innocente dei giochi può spalancare le porte dell'Inferno! Ne sanno qualcosa i cinque giocatori che, nel passato, hanno visitato spesso i magici sotterranei di Bangor e che oggi, troppo cresciuti per sciocchezze del genere, cadono uno a uno sotto i colpi del Principe Skull...

Storia molto "old school" che lascia il sospetto fosse rimasta per anni in qualche cassetto in attesa di pubblicazione. C’è tutto, ma proprio tutto, quello che ci aspetteremo di trovare in un albo di Chiaverotti scritto all’epoca dei primi 100 numeri: Dylan ha un cliente pagante, suona il clarino, costruisce il galeone, tromba, dialoga con Groucho a colpi di battute reciproche e indaga “a sensazione”. Ci sono il classico signor “nessuno” e il controfinale “cattivo” e torna il tema dell’esistenzialismo: emergono prepotentemente l'angoscia della solitudine e la frustrazione per i sogni adolescenziali irrealizzati in età adulta che sono i marchi di fabbrica “chiaverottiani”. Anche Roi sembra essere contagiato da quest'atmosfera da primi anni 90, eppure cupissima, rinverdendo i fasti del passato; d’altronde, che fosse in forma in quel periodo, lo avevamo capito con I peccatori di Hellborn. Una gioia per gli occhi, pagina dopo pagina, in particolare pagg.15 e 16, la prima tavola di pag. 60 e in generale la fisionomia del principe Skull, davvero terrificante, che ricorda in alcune vignette i mostri di Aracne. Chiaverotti fa ancora una volta centro nel creare un antagonista particolarmente carismatico per Dylan e nel mantenere alta la tensione e un perenne senso di inquietudine per tutto l'albo; stecca però clamorosamente nello scoprire troppo presto le carte, suggerendo fin troppo apertamente la soluzione del caso al lettore. Il senso di dejà vù è presente per tutta la lettura, ma la storia non da mai l’idea di essere stata pubblicata fuori tempo massimo, anzi, per me, pur con i suoi difetti, rappresentava paradossalmente una boccata d'aria fresca in un’annata dylaniata iniziata così così, facendo sentire un lettore di vecchia data, come il sottoscritto, a proprio agio. La copertina di Stano sfugge invece a questa operazione “nostalgia” e risulta poco accattivante, sia per un principe Skull non inquietante come quello d’albo, sia per le altre creature a mio avviso fuori contesto.

Curiosità: (1) Il gioco del Labirinto di Bangor, con le sue spiccate caratteristiche fantasy, è evidentemente ispirato al celeberrimo “Dungeons & Dragons”. (2) A pag. 39 Dylan ricorda che è stato fatto anche un gioco di ruolo a lui dedicato. Il gioco è stato realmente pubblicato nel 1991, ne avevamo parlato nella scheda de La Mummia. (3) Nell’Horror Post (inedito) un bel disegno di Brindisi celebrava l’imminente messa in onda su RadioDue della prima riduzione radiofonica, curata da Armando Traverso, di otto storie di Dylan Dog, con le voci di Francesco Prando (Dylan) e Mino Caprio (Groucho). Gli albi scelti furono L’alba dei morti viventi, Jack lo squartatore, Abyss, Il cervello di Killex, Il sorriso dell’oscura signora, Ananga/L’urlo del giaguaro e Finché morte non vi separi. Sarebbe seguita anni dopo una seconda stagione. Per chi fosse interessato, le puntate sono tuttora recuperabili e ascoltabili su RaiPlaySound.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: Sì (1, Julianne)

CITAZIONE: “Il principe Skull, grande maledetto e sommo ingannatore… un essere disposto a fingersi morto… affinché gli voltiamo le spalle… e allora la lama della sua mannaia morde la vostra carne”.

VOTO: 7,5

Soggetto: Chiaverotti (52)

Sceneggiatura: Chiaverotti (53)

Disegni: Roi (37)


sabato 8 febbraio 2025

Dylan Dog Gigante n. 10 - I peccatori di Hellborn

 

"Io sono la Prigione!"… A dire il vero, il carcere di Hellborn, che troneggia su un aspro isolotto battuto dai venti e dai marosi, è molto più di una prigione e rende pieno onore al nome che porta. Chi vi è rinchiuso ha seguito la via dell'orrore da libero e continua a farlo da recluso, ridotto alla dannazione in terra da due aguzzini come il direttore Luger e il comandante Brood. Dylan condivide la sorte di quei reietti, alla ricerca di una ragione per le troppe morti "accidentali" che, da qualche tempo, scandiscono i giorni sull'isola nata dall'Inferno… e non potrà evitare di misurarsi con il cuore stesso del Male!

Dopo aver firmato il suo esordio sulla serie regolare e sullo Speciale, al suo primo vero anno di attività dylaniata Faraci debutta anche sul Gigante, per un totale di pagine sceneggiate (quasi 500) davvero importante. Una prima, questa, che lascia il segno perché, tra i Giganti a storia unica, annovero questo tra i migliori in assoluto, secondo solo al n. 13, Il senza nome. Faraci ci regala una piacevolissima storia di violenza orrore e morte, imbastendo una sceneggiatura solida, aritmica, a tratti serrata, a tratti più lenta e onirica, con elementi che vengono inseriti come apparentemente non importanti all’inizio per scoprirsi rilevanti dopo. Un tipo di narrazione che ha una forte connotazione “sclaviana”, compresa un’eccessiva retorica tipica dello Sclavi dell’ultimo periodo. Le tirate moralizzanti di Dylan sulla dignità dei detenuti e sulle finalità delle pene detentive, assolutamente condivisibili peraltro, sono il principale, se non l’unico vero difetto di un albo che altrimenti avrebbe potuto ambire a vette di eccellenza assoluta. I momenti di pura tensione sono stemperati affidando gli intermezzi leggeri a Bloch in vacanza alle prese con un simil Jenkins, più che a Groucho. Resta però spassosissima la scena in cui il nostro assistente preferito, sentendosi solo in quel di Craven Road, spara battute a raffica ai cartonati di Dylan e Bloch. Indovinati, anche se un filo stereotipati, i comprimari e le sequenze oniriche che vedono protagonisti i carcerati in procinto di essere sacrificati al “Moloch”, dopo una fine piuttosto cruenta. Molto efficaci anche le allucinazioni che vedono Dylan nei panni di alcuni dei più crudeli assassini ospitati a Hellborn e inquietante la figura della Morte che si aggira di frequente per la prigione. Convincente la soluzione della prigione come entità “viva”. Roi si è dedicato anima e corpo a questa storia, visto che è l’unica firmata da lui in tutto il 2001 e solitamente lui è piuttosto prolifico. Pur non spargendo i consueti ettolitri di china sulle tavole, (chissà quanto sarebbero lievitati i costi di tutto il suo solito nero in grande formato!) realizza disegni di pregevole fattura, alcuni di grandissimo impatto, come la vignetta grande di pag. 154 (150° tavola) che sarebbe da farsi autografare e incorniciare, e quella dell’ultima pagina. Unico difettuccio: in alcune vignette Dylan e il giovane detenuto Winnie si assomigliano un po’ troppo. Stano si dimostra come sempre ispirato dalle copertine dei “dylandogoni” e realizza l’ennesima bella cover con un minaccioso cappio in primo piano con al centro la testa di Dylan.

Curiosità: C’è un ideale collegamento con lo Speciale n. 15 pubblicato un paio di mesi prima, quando Dylan afferma di aver letto anche lui Moby Dick.

BODYCOUNT: 15 sicuri, oltre a un numero non quantificabile di guardie carcerarie e detenuti.

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Dentro di me vivono i miei tanti figli, che nutro e accudisco, anche se loro non mi amano… perché sono una madre troppo severa e possessiva… Per uscire dal mio ventre, non bisogna nascere. Anzi, per molti l’unico modo è morire…

VOTO: 9

Soggetto: Faraci (4)

Sceneggiatura: Faraci (4)

Disegni: Roi (36)


domenica 19 gennaio 2025

Dylan Dog #170 - La piccola morte

 

Vi ricordate di Pearl Dee e del suo pupazzo Byron? Beh, sarebbe preferibile, perché state per incontrarli di nuovo. A complicare le cose, però, stavolta interviene un uomo fuggito da una base militare nascosta da qualche parte nella steppa della Russia settentrionale. Sacha Dagerov è uno scanner, può uccidere con il potere della sua mente. E vuole incontrare Pearl, l'ultima rimasta di quelli come lui

Il morbo della “sequelite” torna a colpire imperterrito Dylan Dog. Stavolta tocca al buon Scanner, avere un seguito di cui non si sentiva il bisogno. Riproposto lo stesso team al motto di “squadra che vince non si cambia”, con Ruju ai testi e Roi ai disegni, il risultato purtroppo è di gran lunga inferiore al predecessore. La storia si perde via tra flashback del #135 e drammi socio-familiari-esistenziali in cui Dylan più che da indagatore sembra essere coinvolto nella vicenda come assistente sociale. L'incontro-scontro tra il figliastro di Dagherov e la sorellina, unico vero motivo di interesse dell'albo, arriva troppo tardi e si conclude frettolosamente, in maniera piuttosto scialba. Peccato, ci sarebbe stata la possibilità di narrare in maniera diversa e più coinvolgente il loro dualismo forse. Tra l’altro, com’è che Pearl cresce, diventa maggiorenne e tutti gli altri (non solo Dylan, ma anche Madeleine) restano uguali? Da salvare però l'ultima pagina. Roi un po’ penalizzato dall’ambientazione per lo più diurna, ma i suoi disegni si attestano comunque su buoni livelli e riescono a infondere quella componente horror (vedasi gli occhi dei due scanner e i loro attacchi psicocinetici) che nella storia altrimenti latiterebbe. Il “suo” Byron, poi, è sempre inquietante. Della copertina di Stano mi piace moltissimo lo sfondo con il volto di Pearl, rovinato però dall’aggressione di Sasha a Dylan che trovo mal concepita.

BODYCOUNT: 13

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “La libertà è un piccolo passero che vola e salta e vola, e salta e vola. E passa tra le sbarre del mondo come una carezza dolce come un colpo di pistola”.(sì, lo so, è la stessa citazione che ho scelto per Scanner, ma qui ritorna e piace ancora)

VOTO: 5

Soggetto: Ruju (33)

Sceneggiatura: Ruju (33)

Disegni: Roi (35)


lunedì 8 gennaio 2024

Dylan Dog #163 - Il mondo perfetto

 

Tua madre, la tua sorellina Joy, la tua fidanzata. Qui tutti ti vogliono bene, tutto è sereno e il tempo scorre senza scossoni. L'incidente ti ha tolto la memoria, ma non importa... Ricorderai prima o poi, senza fretta. Dylan Dog è chiuso in un incubo che ha le gentili sembianze del sogno, stretto nella morsa di un mondo perfetto. Lo ha creato una mente infantile, una coscienza terrorizzata dalla realtà!

Stranissimo albo questo n. 163. Racconta una storia ma sembra non raccontare nulla. Un nulla che Sclavi è capace di sceneggiare bene, con tutto il suo mestiere. Dopo averci illuso con Il sorriso dell’oscura signora, il Tiz torna qui a lavorare su un soggetto altrui, suggerendo così, ancora una volta, come la sua vena creativa fosse ormai in riserva piena da un pezzo. Che cosa abbia messo di suo nel canovaccio scritto da Paola Barbato non è dato sapersi (forse la presenza di Dylan?), fatto sta che nonostante la firma di due “pesi massimi” ai testi questa storia non ha lasciato un segno indelebile nella serie, pur rimanendo generalmente assai apprezzata dai lettori. Dal materiale di partenza Sclavi elabora una sceneggiatura fatta di pochissimi dialoghi (si legge in un attimo) e tante suggestioni (la casa delle bambole), simbolismi (le mani giganti, la cavità uterina/tunnel della morte), allucinazioni (i personaggi che si dissolvono in bolle) e momenti onirici (il mondo-asteroide di pag. 67), forse con una vaga ispirazione “baviana” (Operazione Paura). Si ha però la sensazione che le pagine a disposizione fossero in eccesso e che si sarebbe potuto sforbiciare parecchio. D’altronde lo stesso Tiziano, in coppia con Stano, nove anni prima con La bambina era riuscito a raccontare una storia vagamente simile a questa in sole 14 tavole! Eppure questa sensazione di girare a vuoto, di raccontare qualcosa che non succede, coniugata ai disegni di Roi, paradossalmente riesce a creare un’atmosfera straniante che avvicina il lettore allo smarrimento di Dylan. Arriva poi quasi improvviso il finale che pecca nel voler spiegare tutto, troppo, ma fortunatamente riesce a mantenersi ambiguo grazie al personaggio dello “zio” Max. La conclusione segue invece l’onda del buonismo che ormai imperava nella serie, al contrario dei bei tempi andati, ma ci può stare. Roi non regala qui una delle sue prove migliori, ad esempio Joy in alcune vignette sembra una donna fatta e non una bambina, la qualità delle tavole è altalenante, eppure il suo tratto e la sua padronanza del chiaroscuro si rivelano terribilmente efficaci nel valorizzare una storia come questa che funzione soprattutto per immagini. Bella la copertina di Stano nonostante la buffa postura di Dylan che rischia di essere risucchiato dal vortice, realizzato con un buon effetto tridimensionale. Inquietantissima la bambola in fondo a destra che sembra fissarci con astio!

Un albo imperfetto, a dispetto del titolo, ma a suo modo affascinante.

Curiosità: Viene citato Il violinista, la storia ospitata sull'Almanacco della Paura 2000, all'epoca uscita da pochi giorni in edicola.

BODYCOUNT: 0

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Piccola mia! Non piangere… non piangere, vedrai, la vita è bella…”

VOTO: 8

Soggetto: Sclavi (118), Barbato (3)

Sceneggiatura: Sclavi (126)

Disegni: Roi (34)