sabato 31 gennaio 2026

Dylan Dog #249 - I ricordi sepolti

 

Ti ho mai raccontato di quella volta che sono morto?!È così che cominciavano alcune delle strane storie che Barton Darke, padre di Merian, raccontava alla figlia ancora bambina. Avventure meravigliose popolate di nani, alberi parlanti, tesori sepolti e morti viventi! Favole nere divenute terribilmente reali quando l'uomo, anni prima, è scomparso, letteralmente inghiottito dalla terra del campo dei morti! Un incubo che Merian, trasferitasi a Londra, era riuscita a lasciarsi alle spalle, ma che ora deve riaffrontare con l'aiuto di Dylan Dog!

Mi ha detto mio cuggino che da bambino una volta è morto” cantavano gli “Elio e le storie tese”. Qui il cacciapalle millantatore, che si scoprirà essere poi morto davvero, è il padre della fidanziata dylaniata di turno, la complessatissima (e vorrei vedere non lo fosse) Merian, co-protagonista della storia confezionata da Mignacco che torna a sceneggiare una storia di Dylan Dog a cinque anni di distanza dal deludente L’uomo nero. Le fonti di ispirazioni dichiarate per il soggetto sono praticamente agli antipodi per qualità e intenti: Big Fish (2003) di Tim Burton e Boogeyman  (2005) di Stephen Kay. Ne esce fuori uno strano ibrido, una ghost story in cui i fantasmi del passato appaiono quanto mai tangibili e che si lascia apprezzare per le atmosfere oniriche, soffrendo però di un’aritmia narrativa che spezza di continuo la tensione e buttandoci in faccia una soluzione del caso, durissima sì, ma anche troppo realistica e quindi in definitiva deludente. Sono però i dialoghi il vero tallone d’Achille della sceneggiatura, soprattutto quelli che intercorrono tra Dylan e Merian: banali, melensi, a tratti pure irritanti (vedasi finale). Un ricordo che avrei preferito tenere sepolto se non fosse per i disegni di un Roi in ritrovata forma dopo due anni di assenza dalla serie. Il buon Corrado riesce a creare un clima angosciante in cui l’orrore è sempre dietro l’angolo. Mignacco poi gli serve sul piatto d’argento un flashback in “cornicetta”, un grande classico dylaniato che per Roi è praticamente un marchio di fabbrica dai tempi di Dal profondo. Particolarmente inquietanti le improvvise apparizioni della madre di Merian e davvero efficace il lavoro fatto sugli occhi di quest’ultima. Stupenda la vignetta grande di pag. 14 che Stano ripropone sulla copertina con Dylan nelle vesti dell’appeso. Cover che stavolta non mi dispiace affatto, malgrado ancora una volta lo sfondo non mi convinca.

Curiosità: A pag. 57 Dylan ha la camicia completamente aperta, mentre fino alla pagina precedente appariva abbottonata fin quasi al collo.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: Sì (1, Merian)

CITAZIONE: “Le cose che ho visto questa sera sono miei ricordi… mi appartengono!”

VOTO: 5,5

Soggetto: Mignacco (15)

Sceneggiatura: Mignacco (17)

Disegni: Roi (45)

Uscita: giugno 2007


giovedì 29 gennaio 2026

Dylan Dog #248 - Anima d'acciaio

 

Un vecchio armaiolo, amico di Dylan, è convinto che le pistole abbiano un'anima e, a chi le sa ascoltare, possano persino suggerire il nome delle loro prossime vittime. L'Indagatore dell'Incubo è scettico ma dovrà ricredersi quando il vecchio artigiano verrà trovato morto, ucciso proprio dalla fedele pistola di Dylan e, forse, dai sensi di colpa riapparsi all'improvviso come spettri dal passato. Questo è però solo il primo di una lunga catena di delitti che impegneranno l'investigatore di Craven Road e Jessie James, la sua nuova cliente, in una frenetica corsa contro il tempo per svelare il sanguinario piano concepito da un assassino freddo, come l'acciaio.

Quarta storia dylaniata per Bruno Enna che finalmente debutta anche sulla serie regolare a tre anni di distanza dal suo esordio su Maxi con L’uomo di plastica con un albo che è il perfetto esempio a sostegno di una mia teoria applicabile a fumetti, libri e film: raccontami pure la stessa storia, basta che me le racconti bene. E di oggetti che causano morte o inducono al suicidio se ne sono visti tanti nella serie, anche con risultati eccellenti a partire dal prototipo de Gli Uccisori e passando per Il signore del silenzio e Abyss, per poi essere riproposti successivamente con minor fortuna. E’ indubbio comunque che da un soggetto non originale si possa ricamare una valida sceneggiatura come quella orchestrata da Enna, composta da dialoghi veloci, repentini cambi di scena e una struttura quasi circolare, impreziosita da un breve ma riuscitissimo prologo di stampo dylaniato classico. Non mi convincono appieno solo l'atteggiamento scettico e inspiegabilmente rinunciatario di Dylan e il contrapposto interesse, quasi eccessivo, di Jessie James; mi aspettavo un suo coinvolgimento personale per giustificare la sua maniacale ricerca della famigerata Colt che invece manca (e si sente). Probabilmente la storia si sarebbe meglio prestata al tratto di altri disegnatori, tuttavia il lavoro di Celoni conferisce alla vicenda il giusto tocco inquietante e malsano, regalandoci una spettacolare esecuzione dei suicidi e alcuni ottimi primi piani, finendo paradossalmente con il risultare un surplus e non un difetto. Questa è un’altra copertina di Stano do quel periodo che non mi piace a causa dello sfondo che ha una resa quasi posticcia.

Curiosità: (1) A pag. 9 citato La porta dell’inferno. Chissà come avrà fatto il vecchio armaiolo a riparare miracolosamente la Bodeo di Dylan che era stata gettata in una stufa accesa nel n. 101. (2) Nell’Horror Club ci vengono rivelate le fonti di ispirazione di Enna per quest’albo: il film Winchester 73 (1950) di Anthony Mann e il documentario Bowling a Colombine (2002) di Michael Moore. (3)Sempre nell’Horror Club (inedito) veniva annunciata l’uscita ad agosto di una nuova pubblicazione dylaniata, composta da 4 storie di 32 pagine tutte a colori. Ancora non ce ne veniva però rilevato il nome, ovvero il Color Fest!

BODYCOUNT: 5 (più altri 7 morti in un incendio non mostrato)

TIMBRATURA: No (sarebbe sì, ma avviene fuoricampo e quindi non conta)

CITAZIONE: “Ebbene, cosa direste si vi rivelassi che le armi, tutte le armi, hanno un’anima?”

VOTO: 7

Soggetto: Enna (4)

Sceneggiatura: Enna (4)

Disegni: Celoni (4)

Uscita: maggio 2007


martedì 27 gennaio 2026

Dylan Dog #247 - Tutti gli amori di Sally

 

Sally è convinta che un solo uomo non possa dare a una ragazza tutto ciò che il suo cuore, il suo cervello e il suo corpo desiderano. Ce ne vogliono almeno tre: un marito, un amante e un vero amico. Una situazione apparentemente ideale che si frantuma quando compare Mort Haggarth, un violento assassino che cancella i volti delle sue vittime a martellate e che reclama Sally solo per sé. E quando Dylan accetta di aiutare l'amica a sfuggire al suo persecutore, anche l'Indagatore dell'Incubo diviene per Mort un pericoloso rivale da togliere di mezzo...

Storia dal sapore chiaverottiano questa di Ruju, tant'è che se non fosse per il nome sul tamburino e i dialoghi (non freschi e brillanti come quelli dell’autore torinese) avrei faticato a disconoscerne la paternità. Complice ovviamente anche la presenza ai disegni del grande Dall'Agnol (a cui nell’Horror Club sono riservati grandi complimenti) che con il buon Claudio è sempre stato in sintonia, creando un fortunato sodalizio nel primo decennio di vita dell’indagatore dell’incubo. Il doppio (improbabilissimo) finale e l'altrettanto assurda (ma a suo modo geniale) trovata dell’osteomorfosi restituiscono un'identità genuinamente horror a un fumetto che da tempo l'aveva persa, elementi che, insieme a quello del killer "pittoresco" (Mort Haggart, un uomo che non esiste) erano tutti marchi di fabbrica della ditta Chiaverotti. Certo non è tutto oro quella che luccica: la sceneggiatura ha evidenti falle e il personaggio di Sally non è caratterizzato a dovere, con l’inevitabile conseguenza che risulta davvero difficile appassionarsi alle sue sorti, la vendetta dell’assassino appare forse un po’ tardiva; dei dialoghi abbiamo già detto. Difetti su cui, avendo un debole per gli albi dalle atmosfere “old school” riesco in parte a soprassedere. Dall'Agnol meraviglioso, in particolare nel prologo e nella prima inquietantissima apparizione di Mort a Sally (pagg. 34-35). Stupendi gli occhi nel buio della vittima a pag. 17 e colpiscono, in tutti i sensi, le vignette in cui Haggart si manifesta con la sua strana fisicità. La copertina di Stano, invece, non riesce a rendergli giustizia.

BODYCOUNT: 4

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Quello che è vero è che un uomo solo non riesce mai a dare a una ragazza quello che vorrebbe. Ne occorrono almeno tre. Un marito, un amante e un vero amico”.

VOTO: 6,5

Soggetto: Ruju (66)

Sceneggiatura: Ruju (66)

Disegni: Dall’Agnol (13)

Uscita: aprile 2007


domenica 25 gennaio 2026

Almanacco della Paura 2007 - Il capolinea

 

Un autobus corre nella notte lungo la Dark Line, una linea che nessuno ricorda esserci mai stata, raccogliendo, una fermata dopo l'altra, passeggeri apparentemente comuni, ognuno con la propria storia fatta di speranze deluse e sogni infranti. Uomini e donne in bilico sulla linea sottile che divide la luce che abbaglia dalle tenebre che celano fameliche creature pronte a sbranare gli sventurati che capitano loro a tiro. Una trappola mortale nella quale l'Indagatore dell'Incubo diviene per tutti… la sola speranza!

Quarta storia per Marzano, che ritorna sull’Almanacco sulle pagine del quale aveva esordito tre anni prima. Storia che ha qualche punto in comune, a livello ideologico, con Il treno dei dannati di Ruju (non a caso citato a pag. 73, o 39° tavola, tra le avventure dylaniate su mezzi di trasporto, insieme a Titanic) e che, non so perché, mi ha sempre richiamato alla mente qualcosa di indefinitamente kinghiano. Si parte benissimo, complice anche un Casertano quasi "vecchia" scuola (almeno per quanto riguarda i primi piani, mentre gli sfondi sono quasi sempre bianchi o spogli), si respira quasi l’aria dei vecchi tempi: l'idea dell'autobus che mostra sprazzi di possibili futuri dei passeggeri senza inutili spiegazioni e i "perduti" del piano superiore funzionano. A penalizzare il tutto arriva però la parte finale: non è tanto il ricorso alla speranza, sostanzialmente corretto, ma il modo stucchevole in cui il messaggio viene veicolato, in maniera anche troppo esplicita. Di fatto si "perdono" solo quelli che fin da subito apparivano designati (Marzano ce la mette davvero tutta per renderci antipatico Travis e ci riesce), mentre il sacrificio di uno (o più) dei comprimari "positivi", oltre ad essere un dazio doveroso per il genere horror, avrebbe dato maggior pathos e incertezza alla conclusione. Anche l’assenza di Groucho è pesante, perché le sue battute sarebbero servite come il pane per sdrammatizzare alcuni momenti. La copertina di Stano, Dylan a parte, è bruttina.

Curiosità: Le pagine dei dossier dell’Almanacco  tornano a colori nel 2007 dopo 14 anni dall’ultima volta.

BODYCOUNT: 3

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Non ha mai voluto dirci il suo nome… ma può essere uno solo… speranza.”

VOTO: 6

Soggetto: Marzano (4)

Sceneggiatura: Marzano (4)

Disegni: Casertano (31)

Uscita: marzo 2007


venerdì 23 gennaio 2026

Dylan Dog #246 - La locanda alla fine del mondo

 

L'"Indagatore dell'Incubo" si perde in una tormenta di neve proprio mentre si sta dirigendo a Thetford, un minuscolo paese della campagna inglese. Dylan è stato chiamato in quel posto dimenticato da un vecchio collega di quando vestiva ancora la divisa da poliziotto: c'è bisogno del suo quinto senso e mezzo per risolvere il caso di due ragazzi misteriosamente svaniti senza lasciare traccia. E anche Dylan rischia di sparire per sempre, nel momento in cui mette piede nella locanda alla fine del mondo!

Albo che a una lettura superficiale potrebbe apparire molto meglio di quanto sia in realtà, anche se l’ho leggermente rivalutato. Si parte con il sogno del prologo che non avrà nessuna vera utilità nell’economia della storia e si passa poi al cliente di turno, un ex collega di Dylan accompagnato e raccomandato da Bloch, che appare già un campanello dall'allarme con la sua apertura così disinvolta anche alle ipotesi soprannaturali (e Bloch che pensa addirittura a un coinvolgimento dell’Interpol!!). Comunque abbiamo un’indagine, abbiamo una trasferta con tanto di tempesta di neve (e Dylan che crede di poter trovare delle tracce su un prato sotto un abbondante nevicata!!!), abbiamo l'aggressione di una belva sconosciuta e l'arrivo del nostro in una misteriosa locanda che intuiamo subito stare oltre la soglia della realtà. La struttura della trama ricorda molto quella dell’albo che considero più riuscito di Masiero, ovvero L’inquilino misterioso: partenza con indagine “tradizionale” e poi passaggio di Dylan in un’altra dimensione. E nel n. 230 era proprio la seconda parte a funzionare, con l’immersione del racconto nel misterioso appartamento prima e nella Londra vittoriana alternativa dopo. E anche in questo n. 246 è l’atmosfera che si respira all’interno della locanda e nei suoi immediati esterni il miglior pregio dell’albo e il merito è da attribuirsi principalmente a un Freghieri in rinnovata ispirazione creativa. Tante le tavole da incorniciare, potentemente evocative (pag. 73), suggestive (pag. 67), destabilizzanti (pagg. 70-71) e capaci di fornirci squarci infernali come l’artista piacentino non ci mostrava dai tempi di Ultima fermata: l’incubo!. Peccato i racconti dei suicidi siano però pochi e poco sviluppati per risultare davvero incisivi e probabilmente avrebbero avuto necessità di un formato con più pagine come quello dello Speciale per riuscire a lasciare un segno tangibile. Il modello del racconto dei morti di Totentanz è inarrivabile, ma ciò non toglie che si sarebbe potuto fare di meglio. Poi la sceneggiatura finisce con l’arrivare a un punto morto e allora prima vengono tirati in ballo i soliti Inferni (con cameo dell'immancabile direttore) poi salta fuori dal nulla sta ex compagna di college di Dylan che riesce a fare tutto, ma proprio tutto, con i suoi presunti poteri (???), persino farla in barba al diavolo e resuscitare i morti. Un deus ex machina assoluto, privo di qualunque giustificazione e fondamento. E non ci vengono risparmiati neppure la tirata moralista e il lieto fine. La copertina, con un Dylan mai così minuscolo, mi ha sempre richiamato alla mente, come concept, La casa sull’abisso di William Hope Hodgson, anche se non ho trovato in internet copertine del romanzo che avrebbero potuto fungere da modello diretto per Stano.

In un afflato di generosità mi spingo a darle la sufficienza, facendo pesare maggiormente sul piatto della bilancia i disegni di Freghieri.

Curiosità: L’albo è dichiaratamente ispirato, a partire dal titolo, a La locanda alla fine dei mondi (The Sandman: World's End) un ciclo di storie pubblicate originariamente nella serie a fumetti Sandman, scritta da Neil Gaiman, e poi raccolte in un volume antologico pubblicato nel 1994.

BODYCOUNT: 0 (sono già tutti morti o quasi)

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Lasciate ogni speranza, voi che entrate”

VOTO: 6

Soggetto: Masiero (7)

Sceneggiatura: Masiero (7)

Disegni: Freghieri (46)

Uscita: marzo 2007


mercoledì 21 gennaio 2026

Dylan Dog #245 - Il cimitero dei freaks

 

Al cimitero dei freaks, negli ultimi tempi non è insolito trovare una tomba profanata. Magari scoperchiata da chi non riesce a trattenere la sua curiosità morbosa e vuole ammirare questi scherzi della natura anche una volta defunti. Oppure da qualcuno in vena di divertirsi compiendo atti vandalici, disturbando il sonno eterno di chi, in genere, a causa della sua deformità, ha già dovuto sopportare fin troppe angherie nel corso della vita? Uno di questi indesiderati visitatori notturni, però, ci rimette la pelle, orrendamente ucciso a morsi. I segni sul corpo della vittima sono inconfondibili e riconducono all'impronta dei denti di Clive Mouthy Geller, il cui cadavere, stranamente, manca all'appello degli ospiti del cimitero!

Premessa: non mi è mai tanto andata a genio la trovata del cimitero dei freaks, luogo di sepoltura di Johnny Freak. Si è tanto parlato dei diversi, mostri fuori e belli dentro, uguali (se non migliori) delle altre persone e poi li si ghettizza in un cimitero ad hoc con tanto di guardiano (Quasimodo di cui abbiamo fatto la conoscenza nel n. 127 e apparso anche in Qualcuno nell’ombra), anch’egli freak? Personalmente la trovo una contraddizione… dovremmo essere tutti uguali proprio dal momento in cui siamo orizzontali (parafrasando "Carlo e Licia" dei Gem Boy). Insomma almeno da morti non dovrebbero esserci differenze e invece. Ah, come sempre seguono spoiler.

Passando all’albo, devo confessare che genera in me sentimenti contrastanti: ci sono cose che mi sono piaciute, altre meno, una mi ha spiazzato negativamente. Alle prime possiamo ascrivere situazioni brillanti e dialoghi divertenti (bellissimo il siparietto con Dylan e Bloch a letto dopo il rinvenimento dei cadaveri in quel di Craven Road n. 7), un Groucho in forma smagliante e la beffarda presa in giro di alcuni luoghi comuni in fatto di donne (vittima il povero Dylan a cui non viene risparmiato l'ennesimo coito interrotto). Barbato si diverte a far emergere l’ipocrisia sentimentale di Dylan che si professa innamorato dell’imperscrutabile (per lui) Amelia per poi finire a letto con la conturbante Sherilee senza troppi complimenti. I due personaggi femminili sono, tra l’altro, i meglio caratterizzati dell’albo. Tra i difetti ci metto invece alcune zoppie nella sceneggiatura: la "sparizione" improvvisa dalla scena della tanto amata Amelia (ma non escluderei che Paola l'abbia fatto volontariamente), l'improbabilità degli assassini commessi dalla pettoruta femmina fatale (passi con un po’ di fantasia quello delle “mani”, ma come può aver ucciso a colpi di bilanciere due uomini terrorizzandoli pure?) e lo spiegone finale, debolezza tipica delle prime produzioni barbatiane e che torna qui a palesarsi. Tutti difetti su cui si potrebbe comunque soprassedere. Quello che proprio non mi è piaciuto è ovviamente la conclusione, per me anti-dylaniana a cui paradossalmente si arriva esasperando all'eccesso estremo una delle caratteristiche peculiari dell'indagatore dell'incubo: il rispetto per il diverso. Un eccesso che recherà purtroppo conseguenze anche per altri albi a venire. Per me rimane inaccettabile, qualsiasi siano le motivazioni, l'atteggiamento di Dylan di fronte a un'assassina che ha ucciso (anche persone che non avevano chissà quali colpe) e organizzato tutto a sangue freddo con buona pace del suo amato “Elephant Man”, che, essendo a conoscenza di tutto, ne è di fatto complice. Fidandosi peraltro di una persona la cui sincerità e fedeltà vengono più volte sbugiardate nel corso della storia. Avrei preferito un finale “tragico”, con Dylan dylaniato sì dai dubbi, ma con la morte di uno tra Sherilee e Fundbuster (o di entrambi) a risolvere i suoi dilemmi interiori. Su Mari nulla da dire, ottima prova, con un lavoro sempre fondamentale sugli sguardi dei personaggi che comunicano con violenza le emozioni più forti dei personaggi. La copertina monocromatica di Stano appare invece sciatta e anche la postura di Dylan ha qualcosa che non mi convince.

Resta una buona storia con un finale che mi va di traverso e che non riuscirò mai a digerire.

Curiosità: (1) Da questo numero scompaiono i titoli dei capitoletti interni. (2) Il seno di Sherilee è bersaglio di alcune battute di Groucho e pure una di Quasimodo ed è talmente “importante” che anche Dylan non riesce a far finta di nulla (vedasi sbirciatina alla prima vignetta di pag. 25)

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: Sì (1, Sherilee)

CITAZIONE: “..Ma l’amore non ha paura della morte. Dovrebbe essere la morte ad avere paura dell’amore..”

VOTO: 7

Soggetto: Barbato (29)

Sceneggiatura: Barbato (28)

Disegni: Mari (16)

Uscita: febbraio 2007


lunedì 19 gennaio 2026

Dylan Dog #244 - Marty

 

Julian Kidd è giovane, bello, ricco e molto, molto vendicativo! Non provate ad essere scortesi, con lui… la paghereste cara, facendo una fine poco piacevole, probabilmente bagnata dal vostro stesso sangue! Marty Kevorkian è un pensionato, grassoccio e dall'aria un po' triste. Di carattere mansueto, vive in un'abitazione modesta e sulla sua agendina ha scritto il nome di un solo amico: Dylan Dog. Può esserci un legame tra due vite così distanti come quelle di Julian e di Marty? E perché Dylan, in questi giorni, è colto da una profonda malinconia?...

Premessa: tutto il post, scheda compresa, è piena di spoiler. Valutate se proseguire.

Se Ucronìa si poteva considerare come l'addio al personaggio, Marty potrebbe idealmente rappresentare il commiato di Sclavi dinanzi ai lettori e come tale lo valuto, anche se questo non è l’ultimo albo che ha scritto. Qui il Tiz, con l’apporto al soggetto della moglie Cristina Neri, si fa apparentemente uno e trino: è Dylan, è Marty, è (e allo steso tempo non è) il killer con le fattezze di Jude Law. Aderendo al suo stesso dogma del "non è successo niente" la triade diviene bipolarismo (uno dei tre non esiste nemmeno nella finzione): uno (Sclavi-> Dylan, Marty->Julian Kidd) è un po' quello che l'altro avrebbe voluto essere, ma in fondo si può notare come Dylan e Marty (e quindi Dylan e Sclavi) si somiglino tantissimo. Persino Dylan conduce una vita da pensionato! Sclavi ricerca la commozione in modo più spontaneo rispetto alla lacrima facile di altri albi come Johnny Freak, ma forse troppo esplicitamente e in maniera troppo insistita per emozionarmi davvero, anche se ce la mette proprio tutta e un po' ci riesce nel convincermi che il male brutto, quello vero, è la solitudine. Un gran classico di Dylan Dog. Però mi commuove di più pensare che se ne è andato lui come autore dylaniato e qui torniamo al commiato di cui sopra. Saluto reso ancor più evidente dal ricorso a tematiche ed espedienti narrativi appartenenti più all’epoca dei “primi 100” che del decennio successivo e che lo stesso Dylan sembra voler stancamente ricordare sulle pagine del suo diario. La solitudine, l’emarginazione, il binomio amore-morte, i “mostri siamo noi” (tutti sono potenziali assassini), lo splatter esagerato e catartico (spettacolare pag. 82), lo spettro sumero nel frigorifero, il male incurabile, l’assassino che ripara i torti piccoli e grandi subiti nel passato (e qui si apre un ulteriore spettro di ulteriori “auto-citazioni” relative alle vittime, vedasi l’impiegata maleducata, ecc..), tutto già visto/letto, persino alcuni omicidi (tutti ben “coreografati”) e alcune battute di Groucho (es. pag. 15 “si è poi sposata tua mamma”?) sono rivisitati o riciclati. Non tutto torna nella costruzione della vicenda: come può Marty essersi vendicato, tramite Julian Kidd, dei propri genitori visto che erano già morti? In più le date sulla lapide della madre sono inconciliabili con l’età di Marty. Prime due pagine e ultima (con citazione di Guccini) invece lasciano il segno. Molto bene Casertano, che, sulla carta, non sembrava adatto al tipo di storia, ma che come al solito riesce ad esprimere molto bene le emozioni dei personaggi e nelle sequenze degli omicidi (ottima anche quella di pagg. 74-75) riesce sempre a dare quel quid in più, versando ettolitri di china. La copertina di Stano descrive al meglio la mestizia e la malinconia che si respirano nel corso dell’albo.

Albo di difficile valutazione.

Curiosità: (1) Titolo e co-protagonista dell’albo, come ci viene rivelato nell’Horror Post, sono un omaggio al film Marty, vita di un timido (Marty, 1955) vincitore di 4 premi Oscar e della Palma d’Oro al Festival di Cannes, diretto da Delbert Mann e con Ernest Borgnine protagonista. (2) Si rivede Botolo che sulla serie regolare non appariva, se non vado errato, dal n. 127. (3)Trentesima storia disegnata dal veterano Casertano, qui giunto alla sua 14° (e non ultima) collaborazione con Sclavi. Un sodalizio fortunatissimo. (4)A pag. 15 viene citato il la raccolta di massime Pessimismi di Eric Marcus.

BODYCOUNT: 9 (di cui 8 solo immaginati)

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Non sono un pessimista, sono un ottimista che ha fatto molte esperienze”.

VOTO: 6,5

Soggetto: Sclavi (124), Neri C. (2)

Sceneggiatura: Sclavi (132)

Disegni: Casertano (30)

Uscita: gennaio 2007