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martedì 13 gennaio 2026

Dylan Dog Gigante n. 15 - La lunga notte

 

Davvero una bella nottata per Dylan Dog: piantato in asso dalla sua ragazza e persino dal motore del suo fido Maggiolino! A piedi e lontano da Craven Road, l'Indagatore dell'Incubo incontra uno strano gruppo di ragazzi e decide di seguirli, ignaro che così facendo si sta cacciando nel bel mezzo di una guerra "fratricida": bande di vampiri, zombi, fantasmi, licantropi e streghe lottano senza esclusione di colpi. Riuscirà Dylan a sopravvivere fino al sorgere del sole?

L’ultimo Gigante a storia unica è affidato alle cure di Paola Barbato che un paio d’anni prima aveva sfornato per la stessa pubblicazione quel gioiellino che è Il senza nome. Stavolta il colpo invece non riesce, anzi, considero questo uno dei lavori meno interessanti di Paola per Dylan. Il soggetto è piuttosto semplice, consistendo in pratica in una ri-adattamento in chiave orrorifica della trama de I guerrieri della notte (The Warriors), film cult del 1979 diretto da Walter Hill, omaggiato anche dalla locandina di Stano che ne re-interpreta la locandina italiana. Nell’albo le gang sono sostituite da delegazioni delle diverse creature del “lato oscuro” (vampiri, licantropi, zombi, fantasmi, demoni, streghe, ecc..), ma il plot è più o meno lo stesso, con l’ovvia aggiunta di alcuni elementi dylandoghiani e altri ispirati dal film Underworld (2003) di Len Wiseman. La sceneggiatura si lascia leggere e lo dimostra il fatto che si arriva alla fine senza avvertire troppo il peso delle tante pagine, ma è una storia totalmente inadatta a Dylan Dog: combattimenti a go-go e intermezzi sentimentali “alla Twilight”, anche se all’epoca il primo romanzo della saga di Stephenie Meyer era invero appena arrivato in Italia e il vero modello di riferimento in questo senso è più verosimilmente da ricercare nelle Cronache dei Vampiri di Ann Rice; d’altronde il personaggio di Rutger ricorda molto il vampiro Armand apparso in Intervista con il vampiro ed altri libri della saga. In generale nel corso della storia si respira un’atmosfera fantasy, più adatta ad un pubblico adolescenziale, che come saprete non incontra proprio i miei gusti. Dylan è protagonista sì, ma già entra in gioco in modo poco credibile e in ogni caso la vicenda avrebbe potuto svolgersi tranquillamente senza di lui, essendo ininfluente nell’effettivo svolgersi degli avvenimenti. Tra l’altro non è neanche la prima volta che il nostro rischia di subire il processo di vampirizzazione. Ci sono però anche sequenze che funzionano e bene, su tutte la scena finale con il sogno di Dylan, in cui compaiono oltre a Groucho e Bloch, anche la Trelkovski, Lord Wells e Anna Never. Da ricordare anche la visione/allucinazione del primo giorno di lavoro di Dylan a Scotland Yard e l’arrivo alla Congregazione dei Vampiri di Londra (da pag. 161) con alcune vignette velate di sottile erotismo. Scelta di Piccatto come disegnatore giusta, anche se la sua prova è altalenante: vi sono tavole davvero curate e suggestive mentre altre, soprattutto quelle dedicate alle scene d’azione, risultano confusissime. Nel complesso, comunque, valuto positivamente il suo lavoro che ha previsto anche la realizzazione di una quantità fuori scala di seni femminili.

Curiosità: Nell’albo viene citato Manila quale esempio di uno dei tanti casi in cui Dylan si è trovato ad affrontare vampiri (almeno quelli classici, non sclaviani). Invero il nostro in precedenza si è trovato ad affrontare praticamente tutte le categorie di mostri coinvolte nella “lunga notte”.

BODYCOUNT: non quantificabile

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Ti rivelerò un segreto. L’incubo è il mio lavoro… ma i sogni sono la mia passione!”.

VOTO: 5,5

Soggetto: Barbato (28)

Sceneggiatura: Barbato (27)

Disegni: Piccatto (44)

Uscita: novembre 2006


sabato 6 dicembre 2025

Dylan Dog Gigante n. 14 - I cerchi nel grano

 

I "circlemakers" sono un gruppo di giovani artisti inglesi con il gusto dello scherzo. Sono loro a tracciare i famosi "cerchi nel grano", che le menti semplici attribuiscono, di solito, a presenze extraterrestri. Ma se i giovani burloni avessero, con le loro innocue messinscene, davvero scatenato la vendetta di una potenza che non è di questo mondo?

Seconda prova dylaniata per Bruno Enna che firma un Gigante a storia unica (il penultimo della testata) la cui piena riuscita è compromessa dall'eccessiva lunghezza. C'è un po' di tutto: dall'incipit in stile mockumentary, agli Ufo, ai demoni, alla magia della terra, ai flashback di horror rurale, al giallo. Testimonianza che la storia sia lievitata oltremodo rispetto a quelle che forse erano le intenzioni iniziali di Enna sono i tre epiloghi (di cui l’ultimo è quello che prediligo), preceduti da un lunghissimo spiegone finale. Insomma, quasi un'opera omnia sui “crop circles” che, a causa delle troppe pagine, si presenta sbilanciata e senza un vero climax, mostrando una pericolosa flessione nella rivelazione (occhio allo SPOILER) della geomante come killer di turno (FINE SPOILER). Eppure Enna dimostra di avere dimestichezza con le dinamiche del personaggio (come evidente già dal suo debutto dylaniato), anche se trovo delittuoso aver lasciato Groucho a Craven Road invece di portarlo in trasferta a dispensare ironia. Un Dylan ultrascettico si trova coinvolto in una rissa da bar e conteso tra una mora e una bionda, ma sceglie quest’ultima che aveva già in qualche modo conquistato nei suoi ricorrenti incubi. Stavolta tra l’altro è la cliente di turno, e non Dylan, ad essere tormentata dal “particolare che non riesce a mettere a fuoco” e che si rivelerà infine risolutivo. Malgrado il soggetto-minestrone che, visto il tema, sarebbe stato più adatto per Martin Mystère probabilmente, la sceneggiatura, pur appesantita, ha almeno il pregio di non annoiare. Se il focus fosse rimasto solo la "diavologia", tagliando la parte di esercito e ricerche pseudoscientifiche, avremmo probabilmente avuto storia di tutt'altra caratura, più compatta e onirica. Troviamo qui un Freghieri decisamente più in palla che nel contemporaneo L'inquilino misterioso, forse perché già rodato in materia di ambientazioni rurali e campi di grano con Il druido, pure quello un mix di horror e giallo (e c’era anche lì un tizio sulla sedie a rotelle!). ma anche qui mostra la corda a causa, credo, dell'elevato numero di tavole richiesto in un periodo per lui di sovrapproduzione. Se Dylan preferisce la bionda Alicia non vi è dubbio che Freghieri prediliga la mora Padma visto che ce la mette davvero tutta, riuscendovi, per esaltarne la sensualità. Il suo tratto, cui il grande formato giova, sa rendere molto affascinanti alcune tavole (es: pag. 78) e location (la chiesetta diroccata di San Michele) e sequenze (i fantasmi del passato). Gustosamente minaccioso il demone oversize che incombe su Dylan in copertina, peccato per i cerchi nel grano che risultano un po’ sacrificati.

Sufficiente.

BODYCOUNT: 12

TIMBRATURA: Sì (1, Alicia)

CITAZIONE: “Si è consumato lì, sotto i miei occhi. A volte mi sembra ancora di sentire il tanfo di carne bruciata. L’odore insopportabile della morte”.

VOTO: 6

Soggetto: Enna (2)

Sceneggiatura: Enna (2)

Disegni: Freghieri (43)

Uscita: novembre 2005


mercoledì 29 ottobre 2025

Dylan Dog Gigante n. 13 - Il "senza nome"

 

Questa volta l'indagatore dell'incubo se la deve vedere con una singolare specie di fantasma: Ungenannt, ovvero il "Senza Nome". Si tratta di uno spirito da troppi anni dimenticato, alla perenne ricerca della sua identità, ormai folle di rabbia per non essere ricordato da nessuno. Con il tempo ha imparato come impadronirsi di organismi viventi, portando devastazione e pazzia nei corpi che invade. Nessuno è mai sopravvissuto alla possessione di un Ungenannt. Anche un "esperto del mestiere" come Dylan Dog rischia di sperimentare a sue spese che la morte non è sempre la fine di tutto. anzi, per qualcuno, è solo l'inizio di un'infinita odissea nella solitudine!

Il Senza nome è una storia indubbiamente eccellente, tra le migliori della seconda decade dylaniata, che però non gode presso i fan della stessa popolarità di altre più celebrate, vuoi per la sua collocazione (il Gigante era la testata che vendeva meno all’epoca), vuoi per la sua natura di “celebrativo” non collegato ad un anniversario dell’indagatore dell’incubo.  In un certo senso potrebbe essere definita come la vera "storia di Dylan Dog", ponendosi come una sorta di sequel alternativo al n. 100 per il percorso del protagonista e la presa di coscienza finale e, se fosse stato possibile sforbiciarne una cinquantina di pagine, non avrebbe sfigurato come albo doppio del ventennale al posto del deludente duo #241-#242. Barbato richiama qui la formula dei primi speciali con le mini-storie, tutte con Dylan assoluto protagonista, all’interno di una cornice un po’ fumosa che serve a condurre il nostro nel viaggio autoreferenziale che lo porterà a ritrovare sé stesso. La sceneggiatura è tecnicamente perfetta, meno compiacente nei confronti del lettore e più coerente rispetto al temporalmente prossimo La scelta.  Certo, anche qui non manca una lunghissima carrellata di volti noti (Morgana, Bree, Lillie, Lord Wells, la Trelkovski, Botolo, Phoenix, la Kowalsky di Ghost Hotel, Johnny Freak e l’immancabile Xabaras, oltre a diversi altri) e ci sono rimandi ad albi o luoghi (l’indimenticabile Grand Guignol) del passato dylaniato. La natura di special/celebrativo particolare è accentuata dalla scelta del disegnatore, la guest star Giancarlo Alessandrini, colonna portante di Martin Mystère. Il suo tratto inconfondibile, ben noto a chi conosce anche solo marginalmente il BVZM avendone realizzato tutte le copertine, si sposa bene con le atmosfere ricreate da Paola Barbato, regalandoci tavole stratosferiche e di grande intensità anche emotiva. La copertina di Stano, dedicata all’episodio delle sarte, inganna le aspettative ma è ben realizzata.

Curiosità: (1)La storia doveva essere pubblicata sull’albo gigante n. 12, ma Alessandrini non fece in tempo a completarla, facendone slittare l’uscita di un anno. (2)“Spirito Allegro” (Blithe Spirit) la commedia di Noel Coward che Dylan si trova ad interpretare sul palco del Grand Guignol, è stata portata in scena la prima volta nel 1941 e godette di ben 1997 repliche. Nel 2009 ne venne proposta a Broadway una nuova versione che vedeva tra i protagonisti… Rupert Everett! (3)Alessandrini in seguito disegnerà un albo gigante anche per un altro celebre personaggio bonelliano: Tex! Sua la firma del 20° Texone, intitolato Canyon Dorado.

BODYCOUNT: 2

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Bene, in tanti anni di disonorata carriera cosa ho ottenuto? Niente! Gli incubi sono rimasti incubi, i dubbi sono rimasti dubbi…”

VOTO: 9

Soggetto: Barbato (21)

Sceneggiatura: Barbato (20)

Disegni: Alessandrini (1)

Uscita: novembre 2004

mercoledì 17 settembre 2025

Dylan Dog Gigante n. 12 - Piovuto dal cielo

 

Quella che Dylan Dog vede sfrecciare nel cielo non è una comune stella cadente, bensì una capsula spaziale. E dentro c'è un piccolo ET bisognoso di affetto e protezione, che Dylan ribattezza Roger. Se non fosse per la sua enorme testa, Roger sembrerebbe proprio un bambino come gli altri… Ma se invece non fosse neppure un alieno come tutti gli altri?

Sull’Horror Club del n. 206 (inedito), la redazione informava i lettori che il 12° Gigante avrebbe dovuto originariamente ospitare una storia disegnata da una guest star: il martinmysteriano Giancarlo Alessandrini. Tuttavia l’artista non era riuscito a completare il lavoro in tempo per la pubblicazione e così la storia (che sarà poi intitolata Il senza nome) veniva rimandata al Gigante in uscita nel 2004. A metterci una pezza nel 2003 sono quindi chiamati Tito Faraci, già reduce dalle lunghe fatiche dello Speciale n. 17, e Giovanni Freghieri che in quanto a velocità di esecuzione non era secondo a nessuno in quel periodo. Se Piovuto dal cielo fosse un rincalzo allungato per l’occasione o fosse già in caldo per altra pubblicazione in altro periodo probabilmente non lo sapremo mai. Quello che è certo è che ho sempre avuto serie difficoltà a terminarlo, perché sembra non finire mai. Il che non è esattamente un pregio. L’inizio non è neanche da buttare, anche se si tratta di roba vista e stravista su Dylan Dog, vedasi in particolare il ragazzino "diverso" a cui il nostro si affeziona fin dai tempi di Johnny Freak passando per la Pearl di Scanner (il modello più vicino a quello del piccolo Roger), l’”incontro ravvicinato” nella campagna inglese e le solite schermaglie con l'esercito britannico. Faraci tenta qualcosa di nuovo omaggiando i comics americani: le origini di “Steel Man” sono un evidente richiamo a Superman (“Man of steel”), la trappola in cui finisce Dylan ricorda quelle complicatissime in cui è spesso costretto Batman, ecc… Una spruzzata di E.T.  e un tocco di Unbreakable condiscono il tutto. Nella parte finale però la storia scivola spedita in zona trash con il robottone cui viene impiantato il cervello del serial killer (!!! Quale scienziato lautamente pagato da un governo non lo farebbe??) e Dylan e Lord Wells che entrano agilmente nella base militare come novelli James Bond, con il nostro addirittura in volo (!!!) a bordo di un tandem-dirigibile! Discreto il lavoro di Freghieri, tenuto conto che probabilmente ha avuto meno tempo del solito per illustrare le 236 pagine di questo Dylandogone. Si fanno apprezzare soprattutto le tavole di “Steel Man” e le grazie di Karen, con seno in bella mostra come non si vedeva da tempo nella serie; diverse altre vignette, invece, sono proprio “tirate via”. La copertina di Stano è terribile, tra le sue peggiori in assoluto.

Curiosità: (1) Nella seconda decade dylaniata Lord Wells è comparso ben poco, ma nell’annata 2003 sono ben 3 le sue apparizioni, due addirittura nello stesso mese: oltre che qui aveva infatti fatto un cameo anche in Nebbia, mentre qualche mese prima ne Il dittatore aveva avuto anche un ruolo discretamente rilevante. (2)A pag. 39 (35° tavola) vediamo una Craven Road che non ricordo essere mai stata così trafficata. (3) A pag. 13 (9° tavola), 3° vignetta in alto, una nuvoletta scura sembra uscire dalla bocca di Dylan. Difetto della mia copia? O inserto errato rimasto lì?

BODYCOUNT: 10

TIMBRATURA: Sì (1, Karen)

CITAZIONE: “Sì, sono maledetto… il male è entrato in me! L’ho accolto come si fa con un vecchio amico…”

VOTO: 5

Soggetto: Faraci (8)

Sceneggiatura: Faraci (8)

Disegni: Freghieri (38)


sabato 1 marzo 2025

Dylan Dog Gigante n. 11 - Horror Cult Movie

 

Che cosa c'è di meglio che godersi un bel film dell'orrore, comodamente seduti nel buio di una sala cinematografica, assaporando il piacere di sapere che basta poco per liberarsi degli incubi che prendono vita sullo schermo? In fondo, non c'è altro da fare che lasciare la sala… O, perlomeno, così sarebbe se il film in questione non fosse l'ultima opera di John Munro, un regista tanto fedele al suo stile da suicidarsi con una motosega. Come ultimo regalo al pubblico in lacrime, tra cui anche Dylan Dog, Munro ha però lasciato una misteriosa eredità: il capitolo definitivo della sua truculenta saga, "Bloody Evil VIII". Un film di cui si può dire tutto, ma non che sia come tutti gli altri…

Annata fortunata il 2002 per Pasquale Ruju. Horror Cult Movie, terzo Dylandogone a storia unica, non sarà certo un capolavoro, ma è senz’altro un buon prodotto. Il soggetto è interessante anche se non originalissimo: qualcosa di vagamente simile si era già vista in Losguardo di Satana e ancor più alla lontana si potrebbe rintracciare qualche affinità con Horror Paradise. Il modello di riferimento, almeno parziale è però da rintracciarsi in Demoni (1985) di Lamberto Bava, uno dei migliori horror made in Italy degli anni ’80. Ma è la sceneggiatura a portare avanti la baracca, riuscendo a non annoiare nonostante la lunghezza elefantiaca della storia. Ruju tiene viva l’attenzione grazie a un buon ritmo, a rimandi e strizzatine d'occhio a Romero, Carpenter, Evil Dead (oltre che al già citato Demoni) e naturalmente al sano action-horror di serie B (beast movie compresi) e a una spruzzata di metacinema, o meglio sarebbe dire metafumetto (le didascalie con gli inserti di sceneggiatura). Non ci sono veri momenti di stanca grazie ai vari intermezzi dei "Bloody Evil", se mai c'è da recriminare per la scarsa presenza di Groucho che poteva essere integrato anche nel resto della storia e risultare più simpatico nell’anticipare i colpi di scena del film rispetto all’insopportabile Hassel. Di Vincenzo in gran spolvero, ottimi i suoi disegni su cui riversa fiumi di china proprio come piace a me. I suoi vari mostri, zombi e indemoniati se pur spesso tenuti in penombra sanno essere terrorizzanti, mascherando la carenza di splatter presente più a parole che nei fatti; d’altronde lo stesso Dylan a pag. 22 ammette indirettamente che lo splatter in quel momento non andava di moda. Note negative: i ragazzini, fin troppo presenti e alla lunga poco sopportabili. Mi perplime anche il cinema in cui si svolge la vicenda: nella maggior parte delle vignette sembra totalmente deserto a parte Dylan e gli altri co-protagonisti, ma in un paio di occasioni sbuca qualcuno che non si capiva dove stesse seduto. Per la copertina Stano abbandona il consueto stile pittorico adottato per i Giganti, ma il concept funziona comunque alla grande; occhio a Ghostface in ultima fila!

Curiosità: (1) Dylan aveva già capito quasi tutto a pag. 92 (o 88° tavola)! (2) A pag. 64 (o 60° tavola che dir si voglia), nella 2° vignetta compare la locandina di L’ultimo Boy Scout (The Last Boy Scout, 1991) diretto da Tony Scott con protagonista Bruce Willis. (3) A pag. 225 Dylan cita i fumetti di Little Nemo, realizzati dal disegnatore statunitense Winsor McCay nei primi del ‘900, in cui il bambino protagonista ogni notte vive delle fantastiche avventure nel mondo dei sogni che puntualmente nell'ultima vignetta svaniscono al suo risveglio.

BODYCOUNT: 0

TIMBRATURA: Sì (1, Minnie)

CITAZIONE: “L’obiettivo scava dentro di lui fino a rivelarne tutta l’angoscia… il tormento

VOTO: 7,5

Soggetto: Ruju (47)

Sceneggiatura: Ruju (47)

Disegni: Di Vincenzo (5)


sabato 8 febbraio 2025

Dylan Dog Gigante n. 10 - I peccatori di Hellborn

 

"Io sono la Prigione!"… A dire il vero, il carcere di Hellborn, che troneggia su un aspro isolotto battuto dai venti e dai marosi, è molto più di una prigione e rende pieno onore al nome che porta. Chi vi è rinchiuso ha seguito la via dell'orrore da libero e continua a farlo da recluso, ridotto alla dannazione in terra da due aguzzini come il direttore Luger e il comandante Brood. Dylan condivide la sorte di quei reietti, alla ricerca di una ragione per le troppe morti "accidentali" che, da qualche tempo, scandiscono i giorni sull'isola nata dall'Inferno… e non potrà evitare di misurarsi con il cuore stesso del Male!

Dopo aver firmato il suo esordio sulla serie regolare e sullo Speciale, al suo primo vero anno di attività dylaniata Faraci debutta anche sul Gigante, per un totale di pagine sceneggiate (quasi 500) davvero importante. Una prima, questa, che lascia il segno perché, tra i Giganti a storia unica, annovero questo tra i migliori in assoluto, secondo solo al n. 13, Il senza nome. Faraci ci regala una piacevolissima storia di violenza orrore e morte, imbastendo una sceneggiatura solida, aritmica, a tratti serrata, a tratti più lenta e onirica, con elementi che vengono inseriti come apparentemente non importanti all’inizio per scoprirsi rilevanti dopo. Un tipo di narrazione che ha una forte connotazione “sclaviana”, compresa un’eccessiva retorica tipica dello Sclavi dell’ultimo periodo. Le tirate moralizzanti di Dylan sulla dignità dei detenuti e sulle finalità delle pene detentive, assolutamente condivisibili peraltro, sono il principale, se non l’unico vero difetto di un albo che altrimenti avrebbe potuto ambire a vette di eccellenza assoluta. I momenti di pura tensione sono stemperati affidando gli intermezzi leggeri a Bloch in vacanza alle prese con un simil Jenkins, più che a Groucho. Resta però spassosissima la scena in cui il nostro assistente preferito, sentendosi solo in quel di Craven Road, spara battute a raffica ai cartonati di Dylan e Bloch. Indovinati, anche se un filo stereotipati, i comprimari e le sequenze oniriche che vedono protagonisti i carcerati in procinto di essere sacrificati al “Moloch”, dopo una fine piuttosto cruenta. Molto efficaci anche le allucinazioni che vedono Dylan nei panni di alcuni dei più crudeli assassini ospitati a Hellborn e inquietante la figura della Morte che si aggira di frequente per la prigione. Convincente la soluzione della prigione come entità “viva”. Roi si è dedicato anima e corpo a questa storia, visto che è l’unica firmata da lui in tutto il 2001 e solitamente lui è piuttosto prolifico. Pur non spargendo i consueti ettolitri di china sulle tavole, (chissà quanto sarebbero lievitati i costi di tutto il suo solito nero in grande formato!) realizza disegni di pregevole fattura, alcuni di grandissimo impatto, come la vignetta grande di pag. 154 (150° tavola) che sarebbe da farsi autografare e incorniciare, e quella dell’ultima pagina. Unico difettuccio: in alcune vignette Dylan e il giovane detenuto Winnie si assomigliano un po’ troppo. Stano si dimostra come sempre ispirato dalle copertine dei “dylandogoni” e realizza l’ennesima bella cover con un minaccioso cappio in primo piano con al centro la testa di Dylan.

Curiosità: C’è un ideale collegamento con lo Speciale n. 15 pubblicato un paio di mesi prima, quando Dylan afferma di aver letto anche lui Moby Dick.

BODYCOUNT: 15 sicuri, oltre a un numero non quantificabile di guardie carcerarie e detenuti.

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Dentro di me vivono i miei tanti figli, che nutro e accudisco, anche se loro non mi amano… perché sono una madre troppo severa e possessiva… Per uscire dal mio ventre, non bisogna nascere. Anzi, per molti l’unico modo è morire…

VOTO: 9

Soggetto: Faraci (4)

Sceneggiatura: Faraci (4)

Disegni: Roi (36)


lunedì 20 gennaio 2025

Dylan Dog Gigante n. 9 - L'esercito del male

 

Fluttuano nell'aria, sono globi leggeri e luminosi… ma attenzione, perché sono venuti per prendervi il corpo e l'anima. Tre morti inspiegabili a Londra, e, altrettanto inspiegabili, tre resurrezioni. Ma quelli che sembravano essere il nemico non sono, in realtà, il pericolo maggiore. Anzi, sono l'unico baluardo che potrà arrestare il dilagare sulla Terra delle legioni infernali di Alhambra, e Dylan si troverà a combattere al fianco di un angelo caduto e di questi inquietanti alleati per la salvezza di tutti!

Il nono gigante inaugura la non fortunatissima formula dei “dylandogoni” a storia unica che si protrarrà per sette anni, fino al 2006. Per l’occasione, ai testi troviamo una “guest star”, un gigante (giusto per restare in tema) del fumetto: Robin Wood, purtroppo scomparso nell’ottobre 2021. Paraguayano di nascita e argentino di adozione (nonché in seguito cittadino danese) Wood nell’Horror Post del n. 170 (inedito) venne presentato ai lettori dylaniati come “uno dei più grandi sceneggiatori al mondo”. E in effetti nel 2000 la sua produzione era già praticamente sterminata e il suo nome era molto noto anche in Italia grazie ai periodici dell’editoriale Eura (Skorpyo e Lanciostori) su cui erano state pubblicate le storie di diversi dei suoi personaggi più famosi come Dago, Savarese, Amanda e Martin Hel, tanto per citarne alcuni. Nonostante le premesse, devo ammettere che questo primo gigante a storia unica mi lasciò con l'amaro in bocca. Con le successive riletture l’ho parzialmente rivalutato: ci sono indubbiamente delle parti piuttosto ben riuscite, come il prologo,  qualche pregevole scena splatter (su tutte il cuore estirpato a mani nude al poliziotto) e le suggestive sequenze oniriche con protagonista Alhambra. Il problema è che le atmosfere pendono troppo verso il fantasy e in generale sono poco dylandoghiane. Anche il nostro Dylan è stato parzialmente reinterpretato da Wood che ne ha evidenziato a dismisura la figura di bel tenebroso. Non a caso l'addio finale è quasi in stile Casablanca. Mai visto poi un Dylan così depresso (altra caratteristica latente, qui amplificata al massimo). in confronto quello del prologo di Ti ho visto morire è un buontempone. Forse Wood non conosceva appieno il personaggio e la serie oppure li ha voluti rimodellare secondo la sua sensibilità di autore, ipotesi che troverebbe conferma anche nelle successive due sceneggiature scritte per l’indagatore dell’incubo. I disegni di Freghieri non riescono a tenere lo stesso livello per tutte le tavole, ma ci sono vignette davvero molto suggestive che il grande formato del Gigante (quanto mi manca!) contribuisce ad esaltare. I suoi personaggi femminili poi hanno una sensualità che pochissimi altri disegnatori dylaniati riescono ad emulare. La copertina ad acquerello di Stano rispetta il titolo ma promette di più di quello che poi la storia mantiene. Non brutta, ma troppo distante dallo spirito della serie per piacermi davvero.

Curiosità: (1) Ai tempi della sua prima uscita, L’esercito del male con le sue 236 tavole di lunghezza segnò il record di storia dylaniata più lunga fino ad allora pubblicata. (2) Wood scrisse altre due storie per Dylan Dog: Il grande Marinelli (pubblicato su Almanacco della Paura 2002) e La donna venuta dal nulla (uscito sul Maxi n. 6 del 2003).

BODYCOUNT: 8

TIMBRATURA: Sì (1, Vanessa)

CITAZIONE: “Neanche nei film di Bruce Willis l’eroe è costretto a sbattersi come me. E quelli sono personaggi di fantasia”

VOTO: 6

Soggetto: Wood (1)

Sceneggiatura: Wood (1)

Disegni: Freghieri (27)


giovedì 28 dicembre 2023

Dylan Dog Gigante n. 8 - L'altro

 

Non siamo mai soli del tutto, dentro di noi c'è sempre una metà inquieta pronta a liberarsi. Dylan Dog ha trovato la sua, inghiottita dai suoi incubi e affamata di sangue. Un ammiratore pazzo che vuole prendere il suo posto, o la maledizione del doppio? Comunque sia, ora deve affrontare il suo eterno antagonista, deve sfidare e sconfiggere… L'Altro!

Ruju, dopo Il vicino di Casa, fa centro ancora una volta con una storia breve, formato in cui in quegli anni si trovava particolarmente a proprio agio. Peccato che dall’anno successivo, il passaggio del Gigante alla formula della storia unica porrà una sospensione forzata, per diversi anni, alla pubblicazione di avventure dylaniate di lunghezza inferiore alle canoniche 94 tavole, salvo qualche occasionale fuoriserie. Un peccato e lo dimostra proprio questa storia che in sole sedici pagine riesce a tenere incollato il lettore dall’inizio alla fine, mantenendo il dubbio che il nostro Dylan sia cambiato; furbo e azzeccatissimo il finale che lascia ancora un vago senso di incertezza. Il monologo interiore dell'"altro" è divertentissimo e sulle menate di Bloch e la sua pensione avrebbe pure ragione! La narrazione affidata alle didascalie, espediente utilizzato più volte con successo da Ruju, si dimostra ancora una volta efficace. Un Piccatto in forma smagliante impreziosisce il tutto, riuscendo attraverso le sue vignette a rendere bene l’idea di quello che “l’altro”(che ci viene mostrato in una sola occasione riflesso nello specchio), vede con i suoi occhi.

Si conclude così l’ottavo Gigante dylaniato, l’unico a presentare cinque storie, di cui una sola lunga, la più deludente tra l’altro. Buonissime invece la prima, la quarta e la quinta.

Curiosità: L’anno successivo Fabrizio Accattino sfrutterà uno spunto simile a quello di Ruju per scrivere una delle migliori storie apparse sul Maxi: La vita rubata.

BODYCOUNT: 2

TIMBRATURA: No (ma l’”altro” sì!)

CITAZIONE: “Ragionare in questo modo vuol dire essere un mostro? E va bene, lo puoi pure ammettere. Sei un mostro. Mostro. Mostro. E ti piace.

VOTO: 8

Soggetto: Ruju (24)

Sceneggiatura: Ruju (24)

Disegni: Piccatto (31)

mercoledì 27 dicembre 2023

Dylan Dog Gigante n. 8 - Il pozzo dei dannati

 

Esiste veramente il fantasma dei Blackmoors? Nell'antico castello, si affollano presenze sinistre e minacciose, ma forse non vengono dall'oltretomba, forse sono fatte di carne e ossa. Il mistero sembra sfuggire, cadendo nel pozzo che si apre sotto le fondamenta… Dylan Dog sente che l'infestazione è soltanto un pretesto. Il signor Hendricks lo ha invitato per ben altro motivo: per chiudere su di lui la morsa di una trappola mortale!

Terza storia realizzata per la serie da Gonano ancora una volta firmandosi con lo pseudonimo di G. Anon. Il soggetto in sé e per sè non sarebbe irresistibile, ma l’autore fa un ottimo lavoro con il personaggio di Dylan, restituendocelo in forma smagliante rispetto a quello un po' troppo compassato che andava prendendo lentamente forma in quegli anni per poi divenire norma durante la gestione Gualdoni. Qui lo ritroviamo ironico, incazzato, polemico e provolone… ci scappa anche la "doppietta" con partner diverse, come non succedeva dai tempi d'oro! E sì, stavolta è davvero anche un po' ciarlatano. Gustoso lo scambio di battute iniziale tra il nostro e Groucho, così come le punzecchiature continue che rivolge, ricambiato, all’antipaticissimo Hendricks. La sceneggiatura, più che per i colpi di scena, vive soprattutto grazie alle suggestioni di Blackmoors Castle e ai suoi veri o presunti fantasmi. Suggestioni che senza l'encomiabile lavoro di Stano non avrebbero avuto lo stesso effetto. In particolare notevolissime le tavole in cui un sempre più angosciato Dylan si trova avvolto dalle tenebre finendo con il percorrere, senza saperlo, la scala a chiocciola che si snoda lungo l’inquietante pozzo dei dannati. Si respira un’atmosfera tipicamente gotica ma, come nella prima storia di questo gigante, con qualche eco di Edgar Allan Poe, vuoi per la presenza anche qui di un gatto nero, vuoi per il personaggio di Linnea, una sorta di Morticia Addams più eterea che avrei visto bene in un racconto dello scrittore di Boston. A fine lettura rimane un po’ ua sensazione di incompiutezza, forse per la durata anomala della storia (48 pagine) che avrebbe beneficiato di qualche tavola in più, con la conclusione che arriva improvvisa, senza tanti complimenti, lasciando interdetti: Dylan che confessa di aver ucciso un uomo con il beneplacito di Bloch?

A sorpresa la copertina del Gigante, realizzata da Stano, è dedicata a questa storia e non a quella di apertura come da consuetudine. Buono il concept, ma si avverte un senso di artificioso nella colorazione. Ben reso comunque il riflesso della luce della lanterna sullo sfondo in pietra.

Curiosità: Dylan cita il centro che ospita donne maltrattate visto nel n. 140 Verso un mondo lontano.

BODYCOUNT: 1

TIMBRATURA: Sì (2, Linnea e Claire)

CITAZIONE: “Solo il demonio sa quanti e quali orrori sono avvenuti in questo luogo maledetto! Una trappola chiamata… il pozzo dei dannati!

VOTO: 7,5

Soggetto: Gonano (2)

Sceneggiatura: Gonano (3)

Disegni: Stano (10)