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giovedì 29 gennaio 2026

Dylan Dog #248 - Anima d'acciaio

 

Un vecchio armaiolo, amico di Dylan, è convinto che le pistole abbiano un'anima e, a chi le sa ascoltare, possano persino suggerire il nome delle loro prossime vittime. L'Indagatore dell'Incubo è scettico ma dovrà ricredersi quando il vecchio artigiano verrà trovato morto, ucciso proprio dalla fedele pistola di Dylan e, forse, dai sensi di colpa riapparsi all'improvviso come spettri dal passato. Questo è però solo il primo di una lunga catena di delitti che impegneranno l'investigatore di Craven Road e Jessie James, la sua nuova cliente, in una frenetica corsa contro il tempo per svelare il sanguinario piano concepito da un assassino freddo, come l'acciaio.

Quarta storia dylaniata per Bruno Enna che finalmente debutta anche sulla serie regolare a tre anni di distanza dal suo esordio su Maxi con L’uomo di plastica con un albo che è il perfetto esempio a sostegno di una mia teoria applicabile a fumetti, libri e film: raccontami pure la stessa storia, basta che me le racconti bene. E di oggetti che causano morte o inducono al suicidio se ne sono visti tanti nella serie, anche con risultati eccellenti a partire dal prototipo de Gli Uccisori e passando per Il signore del silenzio e Abyss, per poi essere riproposti successivamente con minor fortuna. E’ indubbio comunque che da un soggetto non originale si possa ricamare una valida sceneggiatura come quella orchestrata da Enna, composta da dialoghi veloci, repentini cambi di scena e una struttura quasi circolare, impreziosita da un breve ma riuscitissimo prologo di stampo dylaniato classico. Non mi convincono appieno solo l'atteggiamento scettico e inspiegabilmente rinunciatario di Dylan e il contrapposto interesse, quasi eccessivo, di Jessie James; mi aspettavo un suo coinvolgimento personale per giustificare la sua maniacale ricerca della famigerata Colt che invece manca (e si sente). Probabilmente la storia si sarebbe meglio prestata al tratto di altri disegnatori, tuttavia il lavoro di Celoni conferisce alla vicenda il giusto tocco inquietante e malsano, regalandoci una spettacolare esecuzione dei suicidi e alcuni ottimi primi piani, finendo paradossalmente con il risultare un surplus e non un difetto. Questa è un’altra copertina di Stano do quel periodo che non mi piace a causa dello sfondo che ha una resa quasi posticcia.

Curiosità: (1) A pag. 9 citato La porta dell’inferno. Chissà come avrà fatto il vecchio armaiolo a riparare miracolosamente la Bodeo di Dylan che era stata gettata in una stufa accesa nel n. 101. (2) Nell’Horror Club ci vengono rivelate le fonti di ispirazione di Enna per quest’albo: il film Winchester 73 (1950) di Anthony Mann e il documentario Bowling a Colombine (2002) di Michael Moore. (3)Sempre nell’Horror Club (inedito) veniva annunciata l’uscita ad agosto di una nuova pubblicazione dylaniata, composta da 4 storie di 32 pagine tutte a colori. Ancora non ce ne veniva però rilevato il nome, ovvero il Color Fest!

BODYCOUNT: 5 (più altri 7 morti in un incendio non mostrato)

TIMBRATURA: No (sarebbe sì, ma avviene fuoricampo e quindi non conta)

CITAZIONE: “Ebbene, cosa direste si vi rivelassi che le armi, tutte le armi, hanno un’anima?”

VOTO: 7

Soggetto: Enna (4)

Sceneggiatura: Enna (4)

Disegni: Celoni (4)

Uscita: maggio 2007


giovedì 6 novembre 2025

Dylan Dog #221 - Il tocco del diavolo

 

Un sinistro personaggio si aggira per Londra plagiando persone infelici e spingendole a commettere i più atroci delitti. Scotland Yard dà la caccia a quest'uomo che si comporta come un diavolo incarnato. Ma i poliziotti ignorano che si tratta realmente di un demone scacciato dall'Inferno. Si chiama Ash e il compito di Dylan Dog è esiliarlo in un luogo in cui non possa fare del male a nessuno!

Storia che non ho mai particolarmente amato questa. Passi per le accuse di ipocrisia sentimentale (Recchioni ci farà addirittura un albo sopra, Il cuore degli uomini) sbattutegli in faccia nel vicolo della discoteca, ma le durissime parole di Dust rivolte a Dylan bloccato nel pentacolo le ho sempre percepite come indigeribili per un dylaniato della prima ora come me. In questo processo di umanizzazione portato avanti da Paola Barbato, che pare quasi divertirsi a sbattere in faccia al personaggio i suoi difetti, da lettore non mi ci sono mai ritrovato, se non quando è stato condotto in modo meno esplicito o traslato su un piano ipotetico (La scelta) o metafumettistico (Oltre quella porta). Indubbiamente è però una storia scritta benissimo, trascinante nel suo ritmo, oggettivamente tra le migliori del centinaio 201-300. Lo spunto non è neanche originalissimo per la serie, di angeli caduti e demoni rigettati ne avevamo già visti, anzi era un periodo, quello, in cui la demonologia con tutti i suoi rituali e formule esoteriche in Dylan Dog, tra Ruju e De Nardo, andava fortissimo. E’ proprio la sceneggiatura ad avere una o due marce in più, pur mettendo Dylan in mezzo a due dei personaggi più antipatici apparsi nella serie: il tamarro Dust (che Bloch descrive impropriamente vestito come un “debosciato”) e lo sfuggente Ash. Fondamentale si rileva l’apporto grafico di Fabio Celoni che riesce a far precipitare le tavole in una sorta di dimensione sulfurea, compiendo al contempo un lavoro enorme sull’espressività dei personaggi e facendo risaltare sofferenza e drammaticità. Unico neo, la fisionomia dei personaggi è a tratti altalenante: ad esempio Leslie in alcune vignette sembra una cozza, in altre bellissima. Tra l’altro la prima volta che appare, Dust accenna a lei come una morettina seminuda che balla da sola in discoteca ma in realtà la vediamo indossare giacca e gonna che arriva sotto il ginocchio. Stano, invece, non riesce a ricreare la stessa intensità dei disegni di Celoni nella sequenza del pentacolo riproposta in copertina.

Parecchi anni dopo l’albo avrà un seguito, sempre a firma Barbato-Celoni: il n. 421 La variabile, che vede il ritorno degli stessi personaggi.

Curiosità: (1) A pag. 57 i giornali celebrano Dust(in Pierce) per aver risolto il caso?? Ma esattamente cosa avrebbe raccontato.. di aver intrappolato un demone all’interno di un pentacolo?? Questo rimane un mistero non svelato e un piccolo punto debole della sceneggiatura. (2) Cameo del “simpaticissimo” Peter Giltslack di Sciarada. (3)Nell’Horror Club (inedito)Dylan ancora una volta testimonial di una campagna, stavolta culturale, rivolta a sensibilizzare il pubblico europeo (ed italiano in particolare) alla lettura.

BODYCOUNT: 1

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “So di cosa hai bisogno…”

VOTO: 8

Soggetto: Barbato (22)

Sceneggiatura: Barbato (21)

Disegni: Celoni (3)

Uscita: febbraio 2005


martedì 9 settembre 2025

Dylan Dog Special #17 - La fortezza del demone

 

È un’ autentica leggenda del cinema espressionista tedesco, "La fortezza del demone", di Dirk Skroge. Una leggenda fosca, però… Tanto della troupe quanto degli attori, infatti, si sono del tutto perse le tracce dopo la realizzazione del film. Ora, Blake Kline, regista di film horror e ammiratore incondizionato di Skroge, vuole girarne il remake, negli stessi luoghi della pellicola originale. Il tetro castello nei Carpazi (e dove, se no?) che fa da set sembra animato da inquietanti presenze. Ben presto, gli orrori della finzione e quelli della realtà si intrecciano in un groviglio inestricabile, nei cui lacci Dylan Dog e Groucho sembrano avvinti senza che s'intraveda alcuna via di scampo…

Il soggetto e la sceneggiatura di questo 17° Speciale non brillano certo per originalità. Senza andare tanto lontano nel tempo, l’anno precedente a un qualcosa di simile ci aveva pensato Ruju con il Gigante Horror Cult Movie, storia meglio riuscita di questa e che già aveva proposto parti di sceneggiatura cinematrografica in didascalia. Idee quantomeno affini si possono ritrovare anche in Horror Paradise o in Polvere di stelle. I personaggi inoltre sono poco caratterizzati, se non stereotipati, difetto a cui non sfugge nemmeno l’antagonista Blake Kline che non si fa mancare nessuno dei clichè del cattivone di turno. La parte finale è forse un po' banale nel voler seguire il classico iter: lo stesso autore d’altronde ci dice per bocca di Kline che non ci si può sottrarre alle leggi dello spettacolo. L’ultima pagina potrebbe far storcere il naso a qualcuno per il suo tocco metafumettistico che io personalmente non disdegno. Quello che Faraci azzecca davvero è l'atmosfera gotica e lugubre della location che esalta il lavoro di Celoni, nonchè alcune sequenze horror-splatter in cui si rivela sempre indispensabile il notevole apporto del disegnatore. Se questo Speciale si eleva dall’anonimato è proprio per merito del comparto grafico. Grazie allo strepitoso lavoro di Celoni, che attinge ispirazione anche dall’espressionismo tedesco gettando sulle pagine fiumi di china, la fortezza del titolo sembra celare una minaccia o un demone in ogni vignetta, anche quelle in cui la vicenda si fa apparentemente calma. Per alcuni il suo tratto potrebbe apparire ostico, poco decifrabile, ma se ci lascia immergere nelle sue tavole la lettura ne guadagnerà non poco. La copertina di Stano ha invece un tocco esotico non in linea con la trama.

Curiosità: Nella biblioteca di Dylan a pag. 8 spiccano le monografie dedicate a classici del cinema horror come Nightmare, Psycho, Nosferatu e Zombi (Dawn of dead)

BODYCOUNT: 8 (oltre a un numero imprecisato di altri membri della troupe)

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Mai conoscere di persona i propri idoli.. c’è il rischio di scoprire che sono soltanto uomini

VOTO: 6,5

Soggetto: Faraci (7)

Sceneggiatura: Faraci (7)

Disegni: Celoni (2)


martedì 11 marzo 2025

Dylan Dog #197 - I quattro elementi

 

Niente di meglio che un bel gioco di società per passare una tranquilla serata tra amici. A meno che la variopinta scatola che contiene Il Signore degli Elementi non provenga da uno strano e inquietante negozietto che appare e scompare! I nomi di Safarà e del sulfureo Hamlin vi dicono nulla? A Dylan sì, e se fosse per lui quella scatola non dovrebbe neppure essere aperta. Ma stavolta è il Gioco che detta le regole. E la regola numero uno è che nessun giocatore possa abbandonare la partita!

Albo che segna il mirabolante esordio ai disegni di Fabio Celoni. All’epoca poco più che trentenne il buon Fabio, originario di Sesto San Giovanni (MI), vantava già un curriculum di tutto rispetto: esordio appena uscito dalla Scuola del Fumetto di Milano su “Mostri” delle Edizioni Acme e poi nel 1990 passaggio alla Disney. Nel 1991 viene pubblicata la sua prima storia per Topolino, cui seguiranno diverse storie per varie testate con protagonista Paperino, diventando nel 1996 il copertinista ufficiale di “Paperinik”. Nell’Horror Club (inedito) ci viene rivelato che la collaborazione di Celoni con Dylan Dog inizia per caso con un incontro nel settembre del 2000, alla FNAC di Milano, con l’allora curatore della serie Mauro Marcheselli che lo convince a sottoporre i suoi disegni alla SBE. Diciamoci la verità, se questo albo funziona il merito è proprio di Fabio Celoni, che qui ci delizia con prospettive insolite, disorientanti, impossibili, allunga ombre inquietanti sui volti dei personaggi e sugli scenari di gusto espressionista, scatena tutta la furia degli elementi con tavole pregne di una potenza grafica inaudita. Un peccato che le sue opere dylaniate siano così poche, davvero da mangiarsi le mani. Passando ai testi, è dichiarata in partenza la fonte ispiratrice, ovvero Jumanji (1995, di Joe Johnston) film con Robin Williams che recentemente ha avuto due sequel. Certo si avverte subito un senso di dejà vù dal momento che un gioco in scatola era stato già il focus di un albo uscito solo qualche mese prima, ovvero Il labirinto di Bangor. Forse la redazione poteva far passare più tempo tra i due. De Nardo per gli indovinelli e le filastrocche presenti nella storia si è avvalso, come rivelato nell’editoriale, dell’aiuto dell’amica scrittrice Antonella Ossorio. I versi in rima sono gradevoli, ma gli enigmi sono così complessi e vengono risolti così rapidamente che si perde subito ogni interesse. Poi Dylan, che sì sappiamo essere un ragazzo sveglio (ma non sempre), si dimostra fin troppo svelto di intelletto e dotato di cultura enciclopedica manco fosse il Robert Langdon di Dan Brown. E De Nardo dimostra ancora una volta di non essere ancora entrato, all’epoca, in perfetta sintonia con il personaggio, tanto da fargli dire a pag. 8 che, piuttosto che alla fortuna, preferisce affidarsi all’intuito e al… raziocinio! Detto da uno che risolve l’80% dei casi tra botte di c… e quinto senso e mezzo fa un po’ specie. L’autore inoltre continua con il fantasy, filone su cui insisterà ancora per la mia “gioia” tralasciando l’horror, qui appena accennato con la presenza del demone e lo zampino di Hamlin. Beffardo e carino il finale. Come concept la copertina di Stano mi piace ma trovo i diversi elementi che la compongono (sfondo, Dylan in primo piano e pedine) poco amalgamati tra loro.

Curiosità: Come segnalato dal sempre precisissimo Leprecano nei commenti, questo è il primo albo della serie regolare in cui Groucho non compare, nemmeno in una singola vignetta.

BODYCOUNT: 0

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Del gioco oscuro questo è l’inizio. / Lungo è il percorso, lungo è il supplizio. / Quattro le pietre, quattro i poteri/racchiusi in quattro remoti forzieri”.

VOTO: 6,5

Soggetto: De Nardo (7)

Sceneggiatura: De Nardo (7)

Disegni: Celoni (1)