sabato 13 settembre 2025

Dylan Dog Fuoriserie - Elke

 

Una creatura assetata di vite umane sembrava sconfitta. Invece il mostro vive ancora, sepolto nelle profondità marine, ed è pronto a tornare per riscuotere il suo tributo di sangue!

Tredicesimo appuntamento con gli inediti a colori pubblicati in coda alle ristampe degli Speciali su cartonato gigante Mondadori. Come negli appuntamenti immediatamente precedenti questa breve storia rappresenta un seguito dello Speciale cui si accompagna, in questo caso Goliath e vede il ritorno degli stessi autori, Ruju e Mari. Anzi, più che un seguito, in questo caso una vera e propria appendice che avrebbe potuto fungere da finale vero e proprio. Già in coda dello Special n. 16 infatti era già stata avanzata da Dylan l’idea, suggerita da Jenna (qui richiamata per l’occasione a ripetere la sua teoria), che Urizen potesse avere delle “metastasi”, previsione che trovava conferma nell’ultima pagina. Ruju concede spazio ai demoni interiori di Elke, che diventeranno subito minacciosamente concreti. Dylan dal canto suo afferma di riuscire a dimenticare in fretta tutti gli orrori cui ha assistito, bollandoli come un incubo, caratteristica che sappiamo essere presente fin dalle origini e che da sempre alimenta il suo scetticismo. Per quanto riguarda i disegni, Mari offre una prova in linea con quella di Goliath e in generale non posso che assegnare a questa breve storia lo stesso voto della sua “progenitrice”: un 6, che ripensandoci un attimo, gli sta pure un po’ stretto.

Curiosità: (1) Oltre che in Goliath, il personaggio di Elke era già precedentemente apparso anche in Il prezzodella morte, albo le cui vicende vanno però temporalmente collocate dopo questa storia. (2) La storia è stata ristampata su Super Book n. 36 e nella collana “Il nero della paura”, pubblicata in collaborazione con la Gazzetta dello Sport, nel mese settembre 2016.

BODYCOUNT: 1

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “E’ un ipotesi naturalmente.. ma quella che noi abbiamo distrutto potrebbe essere parte di una creatura molto più grande!”

VOTO: 6

Soggetto: Ruju (51)

Sceneggiatura: Ruju (51)

Disegni: Mari (12)


giovedì 11 settembre 2025

Dylan Dog #205 - Il compagno di scuola

 

Difficile per il giovane John Stanford inserirsi tra i suoi nuovi compagni di scuola, nell'esclusivo Stratford College. Soltanto uno studente gli tende la mano, Boris Warshavsky, e sarà l'inizio di un incubo lungo tutta la vita, un incubo contro il quale lo stesso Dylan Dog sembra non poter far molto!

Con quest’albo Claudio Chiaverotti si apprestava a salutare Dylan Dog per lungo tempo. Ci sarebbero voluti sei anni per rileggere una sua storia dylaniata (Il buio nell’anima, pubblicata sul terzo Color Fest) e addirittura 17 per rivederlo sulla serie regolare (con il n. 409, Ritorno al buio). Saluto che lascia con l’amaro in bocca perché Il compagno di scuola non è purtroppo a livello dei migliori lavori del maestro con gli occhiali da sole. La storia però, almeno inizialmente, parte bene. il buon Claudio qualche chicca delle sue ce la regala: nel "coreografare" gli omicidi se la cava sempre e ci sono alcune inquietanti sequenze oniriche (l’incubo nell’incubo alle pagg. 18-19, John arso dalle fiamme alle pagg. 47-48). Di contro troviamo un Dylan insolitamente spento coadiuvato da un Groucho in pessima forma a livello di battute; mai visto il duo così scialbo in un albo del Chiave. Si salva almeno Jenkins come portatore sano di umorismo. Se Boris Warshavsky è senza dubbio un personaggio carismatico, lo stesso non si può dire per il vessato John con cui non si riesce mai ad empatizzare e il cui atteggiamento fa intuire troppo presto come stanno realmente le cose. La trama gialla d’altronde è costruita su un’impalcatura a dir poco traballante e davvero non si può credere che qualcuno venga condannato all’ergastolo senza prove, soltanto per una spilla ritrovata sulla scena del delitto. Ma è il finale a sferrare il colpo di grazia al lettore. La scena in cui John crede di aver ereditato dei poteri da "Ancient Tortures" è semplicemente assurda, così come inverosimile è Il preside che muore dopo anni e anni consumato dai rimorsi per la vicenda del gatto. Perdonabile nella sua divertita modalità trash-horror la scena del tizio che si accorge solo dopo un botto di tempo di essere stato accoltellato a morte. Di tutto rispetto invece il comparto disegni che ho rivalutato alla grande in quest’ultima rilettura. Il tratto vintage di Rinaldi, nettamente più “sporco” e grezzo rispetto a quello del suo esordio con La fata del male, è perfetto per l’atmosfera della storia. Il suo Boris poi è reso, quando serve, particolarmente minaccioso e sinistro. Quello raffigurato da Stano in copertina sembra invece un indemoniato.

Curiosità: (1) Rinaldi torna qui sulla serie regolare a dieci anni di distanza da Feste di sangue. (2) A pag. 39 Dylan ricorda un suo amico italiano su cui hanno fatto un film. Il riferimento è ovviamente a Dellamorte Dellamore, apparso sulla serie nello Speciale n. 3 Orrore Nero e nella storia fuoriserie Stelle Cadenti. (3) Alle pagg. 87-88 sono citati un po’ di classici cinematografici dell’orrore, presenti nella videoteca di John Stanton: Fog, La Cosa, Il buio si avvicina, la saga di Nightmare e quella di Venerdì 13.

BODYCOUNT: 3

TIMBRATURA: Sì (1, Gale)

CITAZIONE: “Questa notte verrò a trovarti, John! Il tuo incubo non finirà mai!”

VOTO: 5

Soggetto: Chiaverotti (54)

Sceneggiatura: Chiaverotti (55)

Disegni: Rinaldi (6)


martedì 9 settembre 2025

Dylan Dog Special #17 - La fortezza del demone

 

È un’ autentica leggenda del cinema espressionista tedesco, "La fortezza del demone", di Dirk Skroge. Una leggenda fosca, però… Tanto della troupe quanto degli attori, infatti, si sono del tutto perse le tracce dopo la realizzazione del film. Ora, Blake Kline, regista di film horror e ammiratore incondizionato di Skroge, vuole girarne il remake, negli stessi luoghi della pellicola originale. Il tetro castello nei Carpazi (e dove, se no?) che fa da set sembra animato da inquietanti presenze. Ben presto, gli orrori della finzione e quelli della realtà si intrecciano in un groviglio inestricabile, nei cui lacci Dylan Dog e Groucho sembrano avvinti senza che s'intraveda alcuna via di scampo…

Il soggetto e la sceneggiatura di questo 17° Speciale non brillano certo per originalità. Senza andare tanto lontano nel tempo, l’anno precedente a un qualcosa di simile ci aveva pensato Ruju con il Gigante Horror Cult Movie, storia meglio riuscita di questa e che già aveva proposto parti di sceneggiatura cinematrografica in didascalia. Idee quantomeno affini si possono ritrovare anche in Horror Paradise o in Polvere di stelle. I personaggi inoltre sono poco caratterizzati, se non stereotipati, difetto a cui non sfugge nemmeno l’antagonista Blake Kline che non si fa mancare nessuno dei clichè del cattivone di turno. La parte finale è forse un po' banale nel voler seguire il classico iter: lo stesso autore d’altronde ci dice per bocca di Kline che non ci si può sottrarre alle leggi dello spettacolo. L’ultima pagina potrebbe far storcere il naso a qualcuno per il suo tocco metafumettistico che io personalmente non disdegno. Quello che Faraci azzecca davvero è l'atmosfera gotica e lugubre della location che esalta il lavoro di Celoni, nonchè alcune sequenze horror-splatter in cui si rivela sempre indispensabile il notevole apporto del disegnatore. Se questo Speciale si eleva dall’anonimato è proprio per merito del comparto grafico. Grazie allo strepitoso lavoro di Celoni, che attinge ispirazione anche dall’espressionismo tedesco gettando sulle pagine fiumi di china, la fortezza del titolo sembra celare una minaccia o un demone in ogni vignetta, anche quelle in cui la vicenda si fa apparentemente calma. Per alcuni il suo tratto potrebbe apparire ostico, poco decifrabile, ma se ci lascia immergere nelle sue tavole la lettura ne guadagnerà non poco. La copertina di Stano ha invece un tocco esotico non in linea con la trama.

Curiosità: Nella biblioteca di Dylan a pag. 8 spiccano le monografie dedicate a classici del cinema horror come Nightmare, Psycho, Nosferatu e Zombi (Dawn of dead)

BODYCOUNT: 8 (oltre a un numero imprecisato di altri membri della troupe)

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Mai conoscere di persona i propri idoli.. c’è il rischio di scoprire che sono soltanto uomini

VOTO: 6,5

Soggetto: Faraci (7)

Sceneggiatura: Faraci (7)

Disegni: Celoni (2)


domenica 7 settembre 2025

Dylan Dog #204 - Resurrezione

 

Henry Cornell è il classico sbirro che combatte il crimine con tutta la rabbia di cui un uomo torturato dalla vita può essere capace. Più che arrestare i cattivi, preferisce sbriciolarli. Purtroppo per lui, un brutto giorno, durante una delle sue folli missioni anti-crimine, Cornell finisce bruciato vivo in un incendio. In pochi piangono la sua morte, e anche Dylan, nemico giurato dei metodi di Cornell, non sa se rallegrarsi della dipartita. Ben presto, però, Henry Cornell torna dall'Aldilà per continuare a fare ciò che ha sempre fatto.

Storia gustosamente tamarra questa Resurrezione. Occhio agli spoiler da qui in avanti. Faraci consapevolmente e in maniera divertita attinge a piene mani dai violenti action polizieschi che tra la fine degli anni 80 e l'inizio dei 90 hanno fatto la fortuna dei vari Sly, Schwarzy & co., battute ad effetto comprese (vedi la frase in citazione sotto che è una parafrasi della celebre battuta di Cobra “Tu sei il male e io sono la cura”). L’idea del poliziotto che torna dalla morte per vendicarsi è però da rinvenire nel film Maniac Cop (1988, da noi conosciuto anche con il titolo Poliziotto Sadico); non a caso il cognome dello sbirro resuscitato è Cornell che richiama da vicinissimo il Cordell della pellicola diretta da William Lustig. La trovata di mescolare le carte sull'identità potrebbe invece ricordare alla lontana Face/Off (1997, di John Woo) anche se invece che una plastica facciale qui c'è di mezzo una bella abbrustolita. Il finale è in linea con la tamarraggine del resto. Tra citazioni-omaggi e con i suoi furbi e depistanti (grazie a una semplice omonimia) flashback, l’albo funziona, pur lasciando incompiuti alcuni personaggi: la bella criminologa, totalmente inutile e a cui è Dylan a insegnare il mestiere (!! senza neppure timbrarla!) e il poliziotto-talpa che a conti fatti altro non è che un riempitivo (o forse una citazione che mi sfugge). C’è spazio per una piccola critica sociale contro la volubilità delle opinioni di massa e ritroviamo un Grocho in gran forma a livello di battute. Stellari i disegni di Bigliardo, qui giunto alla sua terza prova sulla serie regolare. Molto del merito è anche suo se l'albo mi piace. Colpisce duro il “suo” Cornell, mezzo Teschio Rosso della Marvel, mezzo Freddy Krueger, con indosso lo spolverino di Detective Stone (film di Tony Maylam del 1992 il cui titolo originale è Split Second), che regala quel tocco di horror altrimenti sarebbe assente considerato che gli omicidi avvengono quasi tutti fuori campo. A voler trovare il pelo nell’uovo, Martha cambia un po’ troppe volte acconciatura tra un’apparizione (ma anche tra una vignetta) e l’altra, ma inezie in una prova da applausi. Anche il Cornell zombesco di Stano in copertina fa la sua (s)porca figura.

Promosso.

BODYCOUNT: 12 (oltre a un numero imprecisato di altre vittime)

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Tu sei la colpa, io la punizione”.

VOTO: 7

Soggetto: Faraci (6)

Sceneggiatura: Faraci (6)

Disegni: Bigliardo (4)


venerdì 5 settembre 2025

Dylan Dog #203 - La famiglia Milford

 

Impeccabile la famiglia Milford, protagonista di una famosa serie televisiva di qualche anno fa. Ora, però, dopo una puntata celebrativa, i suoi protagonisti cominciano a morire assassinati in modi tanto raccapriccianti quanto impossibili. Un implacabile contrappasso recide le loro esistenze, e Dylan, su richiesta della bella e recalcitrante Ellen, nipote dello sceneggiatore e regista della serie, indagherà gli effetti nefasti della fantasia frustrata.

Paradossalmente sembra quasi una critica all’andamento della testata quella fatta da Medda in quest'albo. Il politically correct tanto biasimato in questo n. 203 stava ormai prendendo sempre più piede anche su Dylan Dog, con splatter ormai quasi bandito, buonismo imperante, rispetto dei “paletti” bonelliani  e correlata presa di distanza da tutto ciò che poteva essere oggetto di censura. Al di là di coincidenze, fortuite e non, la storia regge ancora bene, anche se è molto meno originale de La prigione diCarta che idealmente potrebbe essere considerata come una sorta di ideale prequel di questa per quanto riguarda il discorso meddiano sul "talento" dello scrittore. Non a caso appaiono come comparse, in una sorta di trait d'union ideale, i barboni protagonisti del #114. Stavolta il focus è la frustrazione dell'autore, costretto a scendere a compromessi e ad assistere impotente (ma complice controvoglia) allo stravolgimento della propria opera. Un vero e proprio incubo che reclama una vendetta che arriverà in definitiva fuori tempo massimo. Tra l’altro Bloch, sbroccando nel pub a metà albo, aveva già inconsapevolmente individuato il colpevole! Come fonte di ispirazione, nell’Horror Club viene citata La famiglia Addams, mentre io avevo pensato alla sit-com concorrente I mostri (The Munsters), più simile, a partire dal titolo, ai The Moonster immaginati da Medda. Forse si può intravedere anche un piccolo debito nei confronti del racconto di King (ancora lui!) Il word processor degli dei. La sceneggiatura fila via liscia senza particolari sussulti né in positivo né in negativo, un po’ troppi balloon ma il finale si lascia apprezzare. Piccatto stava vivendo una seconda giovinezza artistica a partire da Il seme della follia e anche qui conferma la sua buona forma. Deludente invece la copertina di Stano, tra le peggiori a mio gusto, tra quelle da lui realizzate per la serie regolare: non mi piacciono né le scelte cromatiche, né il castello sullo sfondo, né la posizione delle braccia di Dylan. La famiglia di mostri è poco definita e sembra “galleggiare”.

Nel complesso un prodotto discreto.

BODYCOUNT: 7

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Qualunque cosa tu abbia visto.. non era reale.. era soltanto immaginazione..”

VOTO: 7

Soggetto: Medda (11)

Sceneggiatura: Medda (11)

Disegni: Piccatto (37)


mercoledì 3 settembre 2025

Dylan Dog #202 - Il settimo girone

 

Molti di noi, almeno una volta nella vita, hanno sperimentato l'orrenda sensazione di non esistere agli occhi degli altri, come se fossimo diventati improvvisamente invisibili e intangibili. Ebbene, Dylan Dog e altri quattro casuali compagni di avventura si trovano a condividere l'orrenda esperienza di essere vivi in un mondo che muore lentamente, imprigionati in una zona della città dove la gente ripete ossessivamente le stesse azioni senza fermarsi mai. Forse Dylan, senza volerlo, ha attraversato un varco dimensionale? O forse sta soltanto scortando quattro anime dannate verso il girone più terribile dell'Inferno, il settimo, quello riservato agli assassini?

Paola Barbato aveva già realizzato un soggetto su Dylan imprigionato in realtà alternative e circolari per il n. 163 della serie regolare, Il mondo perfetto, albo che però la sceneggiatura minimalista ad opera di Sclavi rendeva molto diverso e più accessibile di questo n. 202. Qui al contrario abbiamo un accumulo di informazioni, alcuni delle quali tentano di depistare il lettore: dal serpente Samael (rinvenuto sul libro di un chiromante!!), all’uroboro, al settimo cerchio infernale dantesco degli assassini (che regala impropriamente il titolo all'albo) fino ad arrivare alla mitologia greca con le Tre Parche.  C’è anche l’immancabile Stephen King tra le fonti di ispirazione della storia, come ci viene rivelato nell’Horror Club (inedito), da individuarsi nel racconto I langolieri, contenuto nell’antologia Quattro Dopo Mezzanotte (Four past midnight, 1990). Il mood serio-tragico dell’albo viene rimesso in discussione dal finale che rivela la sua natura di divertissement e propone qualcosa di nuovo rispetto al solito inferno burocratico governato dal direttore “duefacce” che altri autori hanno tirato fuori come deus ex machina quando non sapevano più dove arrampicarsi. Il difetto arriva invece dove non te lo aspetteresti da Barbato, ovvero nella caratterizzazione dei personaggi, che rimangono bidimensionali, quasi più a rappresentare una categoria che a reclamare la propria individualità di comprimari. Se non altro il ragazzino razzista rappresenta una sorta di inedito nella serie. Roi ai disegni era ancora un bel vedere, ma il suo tratto qui risulta standardizzato, privo dei picchi del passato: basti vedere l'evocativa immagine grande a pag. 68 o la doppia tavola onirica alle pagg. 44-45. Fossero state ai tempi di Mefistofele o anche, senza tornare troppo indietro, de La morte rossa sono sicuro che sarebbero stare realizzate in maniera diversa, molto più curata, con potenzialità da capolavoro su carta. Però le Parche sono rappresentate in modo davvero inquietante (vedasi in particolare ultima vignetta di pag. 97). Copertina pittorica di Stano fuorviante come il titolo, ma molto bella, ispirato a I dannati, uno degli affreschi realizzati da Luca Signorelli nella cappella di San Brizio nel duomo di Orvieto.

Malgrado un certo fastidioso moralismo di fondo la ritengo una storia pienamente riuscita, ma su temi affini preferisco di gran lunga la libertà chiaverottiana di albi come Laclessidra di pietra o Il Confine.

Curiosità: Riporto da Wikipedia, quindi con tutte le attenuanti del caso, che Samael o Samaele (in ebraico סמאל‎; veleno di Dio) secondo la religione cristiana è un arcangelo; nella tradizione Talmudica e post-Talmudica, ha il ruolo di accusatore, seduttore e distruttore, spesso associato all'angelo della morte (Azrael). Per quanto riguarda la sua forma di serpente, su diversi siti si legge che secondo alcuni studiosi fu proprio Samael a tentare Eva.

BODYCOUNT: 5

TIMBRATURA: No

CITAZIONE: “Quattro angeli della morte come compagni di viaggio… per il barcaiolo che li ha traghettati in questo inferno”

VOTO: 7,5

Soggetto: Barbato (16)

Sceneggiatura: Barbato (15)

Disegni: Roi (39)

martedì 2 settembre 2025

Maxi Dylan Dog n. 6 - Futuro imperfetto

 

Uno strano personaggio detiene il potere di influenzare l'avvenire in modo irreversibile. Un dono del genere può rendere chi lo possiede simile a Dio... o al Diavolo!

La storia con le maggiori potenzialità di questo sesto Maxi, anche se le accattivanti premesse non vengono poi confermate. Abbiamo già avuto d’altronde modo di notare come spesso Ruju abbia avuto per le mani un buon soggetto, senza poi riuscire a valorizzarlo in sede di sceneggiatura. Certo che andare a ripescare uno Speciale tremendo come Il padrone della luce non è il miglior biglietto da visita, ma fortunatamente il risultato stavolta è migliore. D'altronde il riferimento a quella storia è per lo più limitato al personaggio di Frances Scott. Gli altri comprimari sono praticamente delle comparse monodimensionali utili a far salire il bodycount, a parte "i riparatori" che mi riportano alla mente i "dottorini calvi" del romanzo Insomnia di King. Funzionano particolarmente bene alcune sequenze in stile Final Destination e soprattutto il finale. Montanari & Grassani si confermano al risparmio, perché anche qui mi sembrano attingere da loro lavori precedenti, ma quando la trama abbandona i flashback a favore di un ritmo narrativo più sostenuto, anche i loro disegni sembrano giovarne. Accettabile, ma visto l’argomento c'era davvero margine per fare molto di più. In ogni caso la ritengo la storia più interessante di questo sesto “balenottero”.

Curiosità: (1) Con questa storia Ruju taglia il traguardo delle 50 sceneggiature dylaniate! (2) A pag. 269 citazione della celebre scena di Quando la moglie è in vacanza (The Seven Year Itch, film di Billy Wilder del 1955) con tanto di sosia di Marilyn Monroe.

BODYCOUNT: 10 (oltre a un numero imprecisato di altre vittime a bordo dell’autobus)

TIMBRATURA: Sì (1, Frances, ritimbrata)

CITAZIONE: “Pagine e pagine piene di roba… è il resoconto di una storia. Una storia che io non ho mai scritto!”

VOTO: 6

Soggetto: Ruju (50)

Sceneggiatura: Ruju (50)

Disegni: Montanari & Grassani (46)